Sono nato in un paese dal nome altisonante: Busto Arsizio. Ho sempre abitato qui: un vero “bustocco”, come si dice, ma questa città non mi ha mai appartenuto realmente. L’ho sempre sfiorata, sorvolata, attraversata impaziente, senza snocciolarla, ne ho utilizzato i servizi, certo, lamentandomene come fan tutti, ma non ne avevo mai apprezzato la bellezza.
Poi, l’altro giorno, uscendo dal portone di una vecchia corte del centro storico, mi sono girato verso quella strada, di cui non conosco nemmeno il nome, che prima accenna leggermente a sinistra, poi punta dritto verso la piazza principale.
Era l’ora del tramonto, che d’autunno ti coglie sempre troppo presto, ancora con le borse della spesa in mano e qualche pensiero incrostato addosso. Ho alzato lo sguardo verso il Santuario di S. Maria, un raffinato gioiello dei primi del ‘500. Scuola bramantesca, indubbiamente. Quella costruzione mi è apparsa inattesa, con la sua eleganza lineare e le guglie stagliate contro un cielo d’un rosso pompeiano che nemmeno in Africa si fa così penetrante.

Già, è vero. Andiamo fino in Indonesia, in Sudamerica o in Senegal, inseguendo tramonti attraenti da fotografare e non alziamo neppure lo sguardo dal marciapiede di casa.

Alcuni fedeli, di differenti età, uscivano dalla porta laterale della basilica, quasi in fila, in silenzio, come rasserenati, squarciando con la loro presenza il rumore del traffico e il vociare disordinato, mixato al tintinnio dei bicchieri da aperitivo.

DIRE UNA PREGHIERA AL TRAMONTO DI UN GIORNO QUALUNQUE
Mi è parsa un’immagine di un tempo antico, in bianco e nero, un gesto di devozione sincera, spontanea, viva. Potevo quasi essere davanti a un tempio birmano, dove tutti vanno a pregare perché la vita continui a scorrere o a ringraziare per la giornata conclusa bene.
Sarà banale, ma non l’avevo mai fatto.
Non qui, a poche centinaia di metri da casa.
Fermarmi un istante a guardare la meraviglia.

Ivo Stelluti, il Viaggiator Curioso