Saronno – Secondo il filosofo Mario Lizzero, c’è una domanda che dovremmo porci prima di osservare un dipinto: cosa significa guardare?
“Quando vediamo un uccellino volare davanti alla nostra finestra c’importa poco dell’animale, ma se desideriamo scoprire le sue caratteristiche, o a che razza appartenga, dobbiamo guardarlo in modo diverso. Dobbiamo assumere uno sguardo analitico e interrogante, che è poi lo stesso che adottiamo anche di fronte a un’opera d’arte – spiega Lizzero nel corso dell’ultimo degli Incontri filosofici di Villa GianettiÈ la stessa operazione che compiamo quando leggiamo: vediamo delle linee, delle parole, ma poi per comprenderle dobbiamo soffermarci sul loro significato. Allora capiamo tutto quello che l’autore ci vuol dire”.

Così, mettiamo in piedi un’operazione delicatissima che chiama in causa il presente, in cui osserviamo il dipinto, e il passato, in cui questo è stato prodotto. Guardiamo un quadro del Quattrocento, ci informiamo, leggiamo varie interpretazioni su di esso, ma non dobbiamo dimenticare che l’autore ha vissuto la propria vita e il rapporto col mondo in modo molto diverso da noi oggi.
“L’autore dipingeva secondo i suoi parametri di giudizio – chiarisce Lizzero – Quindi, quando guardiamo una tela antica e vogliamo leggerla in maniera intelligente, forziamo lo spazio e il tempo della nostra realtà quotidiana. Lo facciamo perché quell’opera ha un suo significato originale solo nel momento in cui è stata dipinta, in quel dato luogo e momento storico”.

Con questa premessa, Lizzero si sofferma sulla raffigurazione dello specchio. “Ne I coniugi Arnolfini il pittore Van Eyck obbliga lo sguardo dell’osservatore a una lettura più complessa. Qui, dietro a una coppia di sposi allietati dalla presenza di un cagnolino festante, c’è dell’altro e a rivelarlo è lo specchio alle loro spalle”. In un dipinto in cui ogni dettaglio è realistico, tangibile e la maestria prospettica di Van Eyck decisiva, lo specchio svela una realtà sconcertante, diversa da quella che dovrebbe riflettere.

 

Nello specchio, infatti, non sono riflessi né il cagnolino, simbolo della fedeltà coniugale, né le mani unite degli sposi. Ciò che si vede, invece, è un fumo scuro che avvolge la mano dello sposo proprio nel punto in cui dovrebbe sorreggere quella dell’amata. A sovrastare la coppia v’è un lampadario, la cui unica candela accesa e non consumata svetta sulla testa dell’uomo.

“Van Eyck osserva scrupolosamente la realtà e utilizza questi stratagemmi perché vuole che l’osservatore veda tutto”. Insieme agli elementi simbolici disseminati nella tela, lo specchio rivela che, lungi dall’essere una presenza vivente, la sposa è probabilmente un’anima del purgatorio giunta per chiedere al marito di pregare per lei e il piccolo che porta in grembo. Lo sposo, come indicato dalla candela accesa, è l’unico in vita. L’incontro tra dimensione terrena e ultraterrena avviene nel punto in cui le mani degli sposi si toccano, generando una sorta di fuoco, di cortocircuito che produce del fumo.
Al pittore fiammingo, lo specchio consente di ampliare lo spazio narrativo, di descrivere la verità imponendo uno sguardo bifronte“.

Il percorso tracciato da Lizzero tocca anche lo sguardo surrealista: “Magritte manipola le immagini perché vuole dipingere le idee, non la materia”. L’uso straordinario che Magritte fa delle apparenze e degli oggetti quotidiani ha alle spalle la conoscenza della psicoanalisi freudiana. “L’uso dell’immagine sostituisce la parola, che è incapace di dire certe cose”. Così, nella Riproduzione vietata lo specchio non riflette più la realtà: “Il pittore forza la natura dello specchio che, così, restituisce l’immagine dell’uomo di schiena invece che di fronte. Lo specchio, come gli oggetti di uso quotidiano, perde la sua funzione”.

Il monito di Magritte è che quello che vediamo tutti i giorni non è ciò che sembra. In questa convinzione è determinante l’esperienza disastrosa della prima guerra mondiale.
“In Magritte – ricorda Lizzero – l’occhio vede e pensa. Lo sguardo è consapevole che l’apparenza delle cose, degli eventi non è la verità”. La pittura stessa, allora, è un intreccio di segni che non rappresenta la realtà, laddove la parola stessa non tiene più a interpretare il mondo”.

 

Michela Sechi