Lodi – L’essere umano è quello che mangia. Ma forse sarebbe più corretto parlare di essere disumano. Il cibo come specchio delle nostre contraddizioni, il cibo come indicatore del nostro mondo, il cibo come carta di identità che rivela chi siamo veramente, chi siamo diventati.

Che cosa racconta davvero il cibo che mangiamo? Non soltanto gusti, abitudini e identità, ma anche il modo in cui abitiamo il mondo. Dietro ciò che arriva sulla nostra tavola ci sono relazioni, lavoro, animali, ambiente, consumo e spreco. E soprattutto ci sono aspetti problematici che preferiamo non vedere.

È da questa consapevolezza che nasce “Io me ne food”, mostra fotografica a cura di Marzia Rizzo, ospitata allo Spazio Vigne, via Cavour 64, nell’ambito OFF del Festival della Fotografia Etica.

L’esposizione riunisce cinque progetti fotografici i quali affrontano il rapporto tra cibo, identità, esseri umani, animali e ambiente da prospettive differenti, ma sono in grado di dialogare tra loro. Un racconto che parte da una domanda apparentemente semplice — che cosa significa mangiare? — e progressivamente allarga lo sguardo verso ciò che sta dietro e intorno al cibo.

Ad aprire il percorso espositivo è “Io cibo mio” di Davide Solfaroli Camillocci, che considera il cibo come elemento capace di influenzare corpo, mente e identità. Mangiare è un gesto quotidiano, ma anche un atto culturale, personale e collettivo, attraversato da implicazioni etiche e politiche.

Il progetto comincia a mettere in discussione l’apparente semplicità del gesto puramente alimentare: quello che mangiamo parla di noi, delle nostre scelte e del sistema culturale nel quale siamo immersi.

Con “Kiss or Eat”, Daniela Penna porta il discorso sulla relazione tra esseri umani e animali. Il progetto riflette sulla contraddizione culturale tra l’affetto che riserviamo agli animali da compagnia e lo sfruttamento di altre specie. È una contraddizione talmente radicata nella nostra cultura da essere diventata quasi invisibile. Ed è proprio questa invisibilità che la fotografia può interrompere.

“Chi mangiamo?” di Elisabetta Ambrosio sposta lo sguardo sugli esseri umani che lavorano nella filiera agricola. Il progetto affronta le ingiustizie sociali ed economiche legate alla produzione alimentare, con particolare riferimento alla vicenda di Satnam Singh, bracciante agricolo morto in seguito ad un grave incidente sul lavoro avvenuto in una frazione della città di Latina. Il cibo non è più soltanto una questione di nutrimento e di consumo. Produrre alimenti è anche una questione etica, di sicurezza lavorativa e di dignità personale.

Invece “Il rifiuto” di Claudia Torres analizza ciò che rimane dopo il consumo di cibo, parla di spreco alimentare, e punta il dito contro l’eccessivo imballaggio che è ormai diventato un problema non più trascurabile.. Il progetto mette in discussione un modello nel quale acquistiamo, consumiamo e scartiamo con una rapidità che rende quasi invisibili le conseguenze delle nostre abitudini.
I rifiuti diventano così qualcosa di mostruoso, di abnorme, la traccia materiale di un sistema di consumo inadeguato ed inaccettabile. .

A chiudere il percorso è “Q.B. – Il lato oscuro del cibo”, di Maria Cristina Anelli e Marzia Rizzo. Un’indagine su ciò che si nasconde dietro le luci splendenti della filiera alimentare: cibi contaminati e dannosi per l’uomo, inquinamento ambientale, monoculture e perdita di biodiversità, allevamenti e pesca intensivi, condizioni disumane di vita degli animali.

Le cinque esposizioni mettono in scena aspetti diversi di un unico sistema, non sono quindi da considerare separatamente ma sono strettamente collegate tra loro e tutte insieme assurgono ad uno status di messa in discussione del “sistema cibo” a livello globale.

Proprio in questo contesto il titolo “Io me ne food” acquista il suo significato.
Il gioco di parole richiama volutamente l’espressione “io me ne fotto”, non come semplice provocazione linguistica, ma come rappresentazione di un atteggiamento culturale. Quel menefreghismo quotidiano che ci permette di consumare senza chiederci troppo da dove arrivi ciò che mangiamo, chi lo abbia prodotto, quali conseguenze abbia sull’ambiente e quante vite sono state spezzate per produrre cibo.

Non è indifferenza consapevole, è più spesso, una forma di rimozione. Sappiamo che esiste un problema, ma finché resta fuori dal nostro campo visivo possiamo continuare a comportarci come se non ci riguardasse.

La mostra prova precisamente a interrompere questo meccanismo perverso.

La fotografia, in questo caso, non serve soltanto a raccontare il cibo. Serve a svelare ciò che è nascosto.
“Io me ne food” non offre una soluzione e non pretende di stabilire un comportamento alimentare corretto. Mette piuttosto il visitatore davanti a una serie di contraddizioni che appartengono alla nostra quotidianità.

Perché il problema non è soltanto ciò che mangiamo.

È tutto quello che siamo disposti a non vedere mentre mangiamo.

Andrea Corbella

“Io me ne food”, fino al 25 ottobre. Orari: sabato e domenica dalle 9 alle 20