
Rancate – Solo un cenno sulla Storia Pittorica del Lanzi, nemmeno uno – ch’io sappia – da parte di Roberto Longhi; inaspettato da uno studioso come lui, sempre attentissimo a cogliere la forza e le novità di un artista. E artista grande fu Giuseppe Antonio Petrini (1677-1757) di Carona, un villaggio appena sopra le rive di quel lago di Lugano da dove sciamarono nei secoli scalpellini, stuccatori, pittori, scultori e architetti di collaudata esperienza e di alta dignità artistica, apprezzati ovunque nell’Europa. Anche Petrini, che aveva un padre, Marc’Antonio, scultore del quale tuttavia quasi nulla si sa, non esitò a lasciare questa terra e infatti la prima notizia che di lui si ha lo vede a Genova, alla scuola “del Prete Bartolommeo Guidobono”, “milanese” promettente che lo accompagnerà a Torino, probabilmente nel 1702, quando dipinse la cupola della Madonna del Pilone. Erano anni in cui nella capitale sabauda si assisteva a un gran movimento di artisti ai quali poter guardare e

senz’altro li guardò il giovane “luganese” – penso soprattutto a padre Pozzo, alla sua tensione emotiva e alla audacia dei suoi scorci – trovando poi, anche lì, sempre viva la reputazione di Caravaggio. Vien da chiedersi dove nacque in Petrini l’interesse così acceso per questo artista: nella città subalpina o, più verosimile, già prima a Genova? O lo studiò in patria sulle opere lasciate dal conterraneo, di Ascona, Giovanni Serodine o, ancora, compì lui stesso un viaggio a Roma per vederle? Nessun documento porta a una definitiva soluzione ma è certo che il Merisi fu un modello imprescindibile per Petrini come si vede già nella decorazione compiuta nel 1703 della cappella di Sant’Isidoro Agricola della Parrocchiale di Dubino, in Valtellina: la pala infatti, accanto alle morbidezze e al gesto aggraziato e studiato dell’angelo, evidente omaggio al Guidobono, palesa una espressività umana nello sguardo febbrile del santo di memore derivazione caravaggesco-serodiniana e svela le idee ben chiare nelle scelte del linguaggio espressivo del pittore di Carona.

Per un artista che viveva nelle terre allora di Lombardia era comunque impossibile trascurare la grande stagione dei pittori borromaici e curiosare in quella più prossima di pittori quali Luigi Reali, invero fiorentino ma con opere anche a Bironico e Rivera, villaggi non lontani da Carona, o l’Abbiati e il Vimercati e l’eccentrico Paolo Pagani di Castello Valsolda. Evidente un riflesso del Cerano e del Morazzone dei Quadroni del Duomo di Milano nella grande tela in San Carpoforo a Delebio, su in Valtellina, raffigurante San Pietro V che indice la crociata contro i Turchi, ma si veda a quale e a quanta tensione ha saputo giungere il Petrini se la si confronta con la Rinuncia di San Carlo dei beni ecclesiastici, opera stanca di collaborazione Morazzone-Landriani. Anche un altro maestro del Seicento lombardo, Camillo Procaccini, fu più che apprezzato e Petrini dovette sostare a lungo davanti ai due suoi dipinti in Santa Croce a Riva San Vitale. Il candido destriero impennato e visto di tergo presente nella Caduta di Saulo di Altavilla Monferrato e quelli nell’affresco di San Martino e il povero nella chiesa di Besano e nella tela di San Giorgio e il drago ora a Roma evidenziano la sua risposta, di trepidante tensione espressiva, al manierismo di Camillo.

Solo visite per vedere quelle del Petrini nella capitale del Ducato; qui prevosti e collezionisti non si accorsero di lui, invece gradito e considerato in Valtellina, dai Peregalli di Delebio, e principalmente nel Ticino e a Lugano (con sconfinamenti però anche a Bergamo e in Piemonte) dove i parroci apprezzarono l’inquieta dolcezza delle sue pale e le famiglie di rango gli commissionarono tele destinate alla devozione privata. Davvero bella la Sacra Famiglia (Rivoli, collezione Cerruti) non solo per i virtuosistici contrasti di luce, ma soprattutto per lo studio psicologico delle figure di Maria, di Giuseppe e del Bambino incapace di star fermo e per il carezzevole accostarsi del bue alle festuche della mangiatoia!
Gli studiosi hanno rilevato nel Petrini un’attenzione proficua ai pittori veneti derivata soprattutto dalla conoscenza delle stampe: a Sebastiano Ricci, del resto guardato da un po’ tutti i lombardi, e al Piazzetta da cui ricavò le plastiche mezze figure e le “bellissime”, così le definì negli Uomini della Comasca Diocesi l’erudito Giovanni Battista Giovio, “teste di molti vecchi, e filosofi”. Alla mostra (a cura di Elio Schenini e Laura Damiani Cabrini) presso la Pinacoteca Zust se ne possono vedere davvero molte: di profeti, di santi, di matematici, fin di un astronomo, tutte intrise di naturalismo seicentesco e di un’insistenza chiaroscurale che trapasserà entro un più morbido barocchetto nelle figure dipinte sul finire della carriera quali sono le Allegorie delle Stagioni. Nell’Autunno, messa proprio ad incipit della rassegna, la vezzosa fanciulla con “i frutti già maturi, dal colore estinto” ha come sfondo un cielo mutevole e ombrose alture; Petrini non dipinse paesaggi e anche questo fu risolto in modo sommario, ma è il suo, quello del Ticino, che aveva negli occhi e nel cuore.
Giuseppe Pacciarotti









