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Sangregorio, la scultura contemporanea nei luoghi della fiction

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Sangregorio, la scultura contemporanea nei luoghi della fiction

Agliè – Al seguito di Giancarlo Sangregorio, uno dei nomi e dei numi della scultura, di casa a Sesto Calende, per l’inaugurazione della mostra “Scultura Internazionale ad Agliè”, cui è stato invitato insieme a una trentina di scultori. Luciano Caramel, il curatore della manifestazione, li ha selezionati da tre nazioni: Giappone, Svizzera e Italia, cercando di proporre una relazione armoniosa fra gli spazi storicamente connotati del Castello di Agliè, dell’annesso giardino e del vasto parco e la presenza delle opere contemporanee.

Queste ultime sono di varia estrazione culturale, generazionale, linguistica. Accanto a scultori maturi nel loro discorso quali Sangregorio appunto, Pietro Cascella o lo svizzero Paul Suter, è rappresentata la generazione di mezzo, dei cinquantenni, così come non mancano alcuni giovani, anche se la giovinezza in scultura è davvero una chimera. Il motivo concettuale che ha guidato l’allestimento è quello dell’intervallo spaziotemporale fra un’opera e l’altra, necessario. Necessario per evitare un effetto di straniamento e riempimento, utile per riflettere sulle diverse strade che la scultura ha imboccato.

A spulciare fra le date, la maggior parte delle sculture appartiene all’ultimo decennio, prova del fatto che quest’arte ha saputo resistere a tutte le crisi e le profezie funeste, forte della materialità irriducibile che la contraddistingue. Ne sanno qualcosa coloro che hanno dovuto provvedere al trasporto e alla posa in opera delle sculture, momenti non privi di ansie documentati in catalogo da una toccante galleria di immagini. Tutte le opere, infatti, di qualsiasi materia e forma siano fatte, obbediscono alle leggi della statica e della gravitazione, pur mettendole sovente in discussione. (Nella foto in alto Sguardo di Giancarlo Sangregorio; sotto Colloquio col figlio di Giò Pomodoro e Urbino di Paul Suter)

Questa capacità di mettersi in discussione all’interno del proprio farsi è un’altra “dimostrazione” della mostra, esemplificata soprattutto nei due omaggi storici, a Giò Pomodoro e a Franco Garelli, scultore piemontese sorprendente e ingiustamente trascurato.  La location, è oltremodo, adatta: e non solo per ragioni di riconoscibilità mediatica – lì è stata girata l'intera fiction Elisa di Rivombrosa – ma perché fra poco dovrebbe diventare la sede un centro di ricerca e documentazione sulla scultura contemporanea.

Un annuncio che fatto trasalire, sperare, dubitare molti dei presenti, scultori e non, perché la scultura in effetti ha un retroscena foltissimo di lavori, spesso a rischio di dispersione. Giancarlo Sangregorio è stato l’unico scultore vivente citato per nome dal curatore nella sua ispirata introduzione alla mostra, interpellato sulla sua non più tenera età e presente con un’opera – Lo sguardo – definita da Caramel figurativa, a riprova di una vitalità della scultura fatta di ricerche non scontate e mai a senso unico.

Al seguito di Sangregorio abbiamo quindi affrontato la gioia e la fatica di visitare le trentatré stazioni della mostra, più ravvicinate nelle limonaie e nel giardino formale sottostante il maestoso edificio del castello, con le pause che si dilatano e le zanzare che aumentano nei viali nei boschi e nei prati del parco. A questa zona si accede transitando davanti alla monumentale Fontana dei Fiumi, altamente scenografica e contraltare di una presenza, a confronto, schiva e minimale, nonostante talora le grandi dimensioni, delle opere contemporanee.

Soprattutto le sculture dei giapponesi esprimono questo carattere antiretorico, connaturato alla loro cultura. A fronte di lavori – soprattutto quelli ferrosi – portatori di un discorso spaziale astratto variabile all’infinito, si nota il riaffacciarsi del racconto e del simbolo declinati con strutture e materie differenti. Alla fine quasi del percorso si incontra Lo sguardo di Giancarlo Sangregorio, in marmo e granito, opera frutto di anni e di un montaggio di massi obliqui, profili taglienti, fondamenti instabili, sfuggente a qualsiasi veduta e interpretazione univoca.

Lo stesso autore non sa e non dice del risultato
, ad Agliè raggiungibile lontano,alla fine e ai margini dell’itinerario, nella natura più che nel contesto architettonico, pur se – ironicamente? – chiamato a colloquiare con un Apollo su piedistallo, assai improbabile in quella landa del parco. L’esperienza di Agliè è bella e formativa perché non offerta a un facile consumo. Le sculture sono rispettate nella loro diversa individualità, si prestano al dialogo con il sito storico ma non lo subiscono, esprimendo una loro legittimità e bellezza.

La scultura esiste, insomma. Si fa guardare e scoprire in una deambulazione bene orientata dalla mappa predisposta per l’occasione. Le tre nazioni invitate hanno qualcosa da dire in scultura, le presenze svizzere e giapponesi non è comune incontrarle altrove, accanto agli scultori italiani affermati vi sono giovani che vanno accolti e criticati, tentati come sono da mezzi ed effetti ai limiti della scultura. Il tritone con buccina della locandina aduna scultori e visitatori sino a ottobre, là dove la scultura contemporanea vive assorta nella luce del Canavese per un’esperienza che chiama tempo, rivelazione, attesa.

Scultura Internazionale ad Agliè
Opere contemporanee nell’architettura del Castello e del Parco

a cura di Luciano Caramel
11 giugno – 15 ottobre 2006
martedì/domenica, h 9-19
ingresso dalla biglietteria del parco (Viale Canonico Notario)