Il “Qusayr Amra” è una piccola costruzione in pietra chiara, che si trova da qualche parte
sull’altopiano della Giordania orientale, a circa 80 km a est di Ammam.
Un luogo magnetico e straordinario, di cui però gli storici non sono ancora riusciti ad
afferrare pienamente IL SENSO.
Leggo che fu costruito dagli Omayyadi, dinastia di Califfi arabi, intorno al 711, meno di cento anni dopo la nascita di Maometto, in pieno fermento islamico, durante il regno di Walid I, colui che fece innalzare la Grande Moschea di Damasco e la Cupola della Roccia di Gerusalemme, per intenderci.
Si entra da un modesto portale di legno, abbagliati dall’accecante luce del deserto. Per
alcuni istanti non si coglie minimamente il motivo della visita di questo semplice grappolo di
casupole all’apparenza quasi abbandonate.
Poi gli occhi si abituano al buio e poco a poco si svela la MERAVIGLIA.

Le pareti interne ed il soffitto sono interamente ricoperte da splendidi affreschi: sembra di essere capitati in una specie di Cappella Sistina mediorientale, fino a qualche decennio fa coperta dalla sabbia. Uno scherzo effimero e bizzarro, nel silenzio definitivo del deserto, che riecheggia però di schizzi d’acqua, risate di ragazze, drappi fruscianti, elementi naturali, dipinti in modo sapientemente realistico e sensuale, cinque secoli prima del Rinascimento Europeo.

 

Momenti di piacere, vino e banchetti, musici, danzatrici nude, cherubini, figure voluttuose che forse pensano di essere uscite da una villa del ‘500 fiorentino, non certo da un caravanserraglio sperduto lungo la strada per Baghdad. Ad uno sguardo più attento si possono individuare mammiferi ora estinti in questa zona, addirittura un orso che suona uno strumento a corde applaudito da una scimmia, donne che fanno il bagno ad un bambino e persino una rappresentazione allegorica delle tre età dell’uomo.

Sulla parte centrale viene raffigurato anche il Califfo del luogo accanto ai grandi monarchi del mondo conosciuto: l’Imperatore Bizantino, il Re dei Visigoti, il Comandante dei Persiani e il Negus di Abissinia, quasi per consacrare il proprio prestigio. Sulla cupola che sovrasta il Calidarium delle terme si osserva stupefatti una delle più antiche riproduzioni dell’emisfero celeste conosciute, realizzato su di una superficie non piana.

Siamo evidentemente di fronte ad un’opera di fattura realmente raffinata, con immagini non certo scontate, per un luogo del genere e per l’epoca alla quale risalgono. Inoltre, se si considera l’antico divieto islamico di rappresentare in forma pittorica qualsiasi essere vivente, il mistero si fa più intrigante.

Perché un castello quasi introvabile, in pieno deserto, venne decorato in questo modo, tanto elegante quanto sconveniente per i dettami dell’epoca?

Molte le ipotesi avanzate ma, tenendo conto che la zona era molto più ricca d’acqua di oggi, si può concludere che probabilmente questo luogo rappresentava una “villa di delizie”. Un rifugio discosto dalla città, come era d’uso anche in Italia tra l’aristocrazia del 1600, dove i nobili si ritiravano nei periodi di riposo, dedicandosi allo svago, alle terme e al diletto, nel pieno godimento della conversazione in compagnia, dell’arte, della musica, della poesia, del cibo e del vino, all’insegna della raffinatezza e del buon gusto, lontano dalla corte, dalle rigidità religiose e da occhi indiscreti.