Un momento dell'inaugurazione della mostraUn momento dell'inaugurazione della mostra

Chissà se è tutta colpa dello storico giochino "Trova la differenza" che si vede ogni tanto a fianco dei cruciverba o dei rebus. O se l'occhio dell'uomo moderno è veramente "programmato" per concentrarsi sulle discordanze, sugli ammanchi, sulle divergenze.

Com'è o come non è, a catturare maggiormente l'attenzione dello sguardo sono la frattura, la discrepanza, la differenza, appunto. E se fosse solo un'illusione? E se l'occhio più attento, più acuto e perspicace fosse in realtà quello in grado di apprezzare e di cogliere la vicinanza, la concordanza?

Non l'identità, allora, ma l'affinità, o l'accordo se preferite il frasario musicale. L'occhio sensibile e rigoroso è dunque quello capace di accarezzare le pieghe, le superfici della realtà, scovandone i punti in comune, le tangenze, le corrispondenze, le conformità. Sempre a caccia di intese e di reciprocità (come l'orco affamato di Marc Bloch) lo sguardo umano, più che sulle tracce delle differenze, può andare in cerca di connessioni, relazioni, comunanze.
E così da polemico, diventa critico, possessore di

Il pubblico presente al ChiostroIl pubblico presente al Chiostro

giudizio.

Sono certa che la mostra in corso al Chiostro di Voltorre non sia nata con lo scopo di mettere sul tavolo una riflessione sul tema della vicinanza e della concordanza. Ma, forse, queste considerazioni si sono andate ad aggiungere in corso d'opera, come un motivo di ricchezza ulteriore.
E l'affinità e l'accordo non stanno solo nell'iconografia delle sculture di Felice Tagliaferri e dei dipinti di Simona Atzori. Ognuno adopera la materia secondo il proprio lessico, secondo quel singolare dizionario artistico che si impara nello studio e nella fatica quotidiana del mestiere d'artista.

I punti in comune, le tangenze e le corrispondenze sono quelle che si vengono a creare negli occhi di chi guarda,

L'allestimento della mostra al Chiostro di VoltorreL'allestimento della mostra al Chiostro di Voltorre

nelle orecchie di chi ascolta, nelle mani di chi tocca; di chi è disposto a demitizzare, di chi accetta di essere protagonista senza essere individuo solipsista o autoreferenziale, di chi è disposto a cogliere l'arte innanzitutto come strumento che libera la testa.

Nella mostra allestita fino alla fine del mese al chiostro di Voltorre i piani della vita reale e dell'arte rifluiscono uno nell'altro in una continuità quasi ovvia. E come è giusto che sia.
Vengono a cadere non solo le barriere, le fratture, le discrepanze. Ciò che viene spazzato via sono il chiacchiericcio ultrastanco, i panzer culturali che olezzano di qualunquismo, la visione seriale dell'arte e delle mostre, gestite come prodotto a cottimo da impilare per consumatori da ingolfare.

Le opere di Simona e di Felice, calde come corpi umani, mettono in evidenza un senso, un destino, una vicinanza, nella speranza, magari, di recuperare un po' di qualità e di purezza in noi che guardiamo, ascoltiamo e tocchiamo.