Fu la ricerca di una nuova architettura nazionale e popolare a fare del Razionalismo (corrente nata in Germania intorno al 1920, che prediligeva la ricerca di funzionalità, il rifiuto degli elementi puramente decorativi e la valorizzazione delle strutture essenziali, l’impiego di nuove tecniche costruttive e di materiali come il cemento armato, il ferro, il vetro) un movimento di Regime.
Contestato e contrastato – dai “Novecentisti” verso la fine degli anni Trenta – il Razionalismo riuscì comunque ad inserirsi nella cultura nazionale soddisfacendo esigenze di carattere monumentale e celebrativo.
Come tanti altri anche l’architetto Giovanni Muzio – uno dei principali esponenti del movimento “Novecento” e della corrente tradizionalista (degli anni Venti e Trenta) in aperta opposizione al Razionalismo – non fu immune a questo ricco e caotico scambio di influssi.
Conosciuto soprattutto per la sua Ca’ Brutta in Via Moscova a Milano (che suscitò scandalo e scalpore per l’uso stravagante degli elementi del linguaggio classico), per l’edificio d’ingresso dell’Università Cattolica e per il Palazzo della Triennale in Parco Sempione, il promettente architetto fu incaricato già nel 1938, dall’Ordine dei frati francescani minori della Provincia Lombarda “San Carlo Borromeo”, di dare vita a un’imponente costruzione nel quartiere della Brunella a Varese.L’edificio – con l’annesso convento di Sant’Antonio – fu segnato (fin da subito) da una lunga e travagliata gestazione. Nata indipendentemente dall’incalzare del “Novecentismo”, la chiesa riveste sicuramente un ruolo di primaria importanza nello sviluppo e nel progresso di un’architettura religiosa in città; fu, infatti, ideata nel pieno del rinnovamento edilizio varesino promosso dal Regime e conclusa solamente nel 1964 a causa degli altissimi costi di costruzione.

I suoi interventi più significativi sono datati al 1955 e sappiamo, dai documenti conservati, che il progetto di Muzio prevedeva anche la realizzazione di una serie di affreschi e mosaici parietali su tutta la superficie interna dell’edificio, che non furono però mai stati realizzati.

Ancora una volta la sapienza progettuale muziana si manifesta nell’uso di materiali tradizionali (come i graniti, i porfidi e i mattoni) applicati in maniera funzionale al complessivo aspetto architettonico e decorativo dell’impianto: travi e pilastri in cemento armato, mattoni a vista, tamponamenti verticali, porfido rosso di Cuasso al Monte, granito bianco della Valtellina, laterizio…
Si, sono questi i materiali che contraddistinguono, anche a Varese, l’architettura di Giovanni Muzio.
Una gigantesca cupola ottogonale in calcestruzzo armato coperta da enormi lastre di rame fa capolino da una classica facciata a capanna stravolta nella sua monumentalità da un alternarsi di pieni e vuoti… Non vi è dubbio che Muzio fosse (forse inconsapevolmente) influenzato dall’architettura di Regime; ma quanto ‘fascismo’ scorre nelle vene della Chiesa della Brunella?
Difficile a dirsi!

 

Giulia Lotti