Tetti di VelateTetti di Velate

Così anche il pittore di Bagheria avrà la sua brava intitolazione. Eppure qualcosa sembra sempre non quadrare. Non quadra questo sistema del bilancino, del peso e contro-peso, per cui ad una mossa, ad una iniziativa ne deve necessariamemte corrispondere una uguale e contraria.
Non quadra questo sentore di "botta e risposta", tra provocazioni e "contro-riforme". E soprattutto a non far quadrare i conti è la mancanza di onestà intellettuale. Tutto viene pensato e realizzato sotto una pesante cortina di pregiudizi. E così a Renato Guttuso viene intitolata una via per rispondere all'altra intitolazione a Giovanni Gentile, e non perchè stiamo parlando di un artista innegabilmente decisivo per il XX secolo o perchè quest'anno ricorre il centenario dalla nascita (in realtà, Guttuso di anniversari dalla nascita, ne potrebbe vantare due, visto che sua madre lo denuncia all'anagrafe il 2 gennaio del 1912) o perchè, proprio nella nostra provincia, ha sede la Fondazione Pellin. O, ancora, per il ricordo della profonda traccia che Guttuso ha lasciato al Sacro Monte e a Velate.

Invece di ripristinare "il fatiscente e periferico vicolo", si provvede ad un'intitolazione bipartisan.
Posso dire che Guttuso non è il tipo di eroe che mi entusiasma. Preferisco l'opera di chi crede che il realismo non sia il fine, ma il mezzo per riportare tutto al presente. In lui, credo, manca l'evidenza folgorante, la semplicità che non richiede spiegazioni. Ma questo è solo un parere personale e dunque di non gran conto.

Guttuso parlava di un "paradiso costruito con materiali d'inferno", amava profondamente – senza compatirlo – il lavoro nelle zolfare. E tra i suoi dipinti, spiccano le nature morte con le tonde e lucide castagne di Velate. C'è un indimenticabile Cesto di castagne, dedicato nel 1968 "a Picasso che compie 87 anni", e il vivace acquerello Castagne d'India (1982) che reca la dedica "Al mio vecchio amico Giovanni Testori questo breve segno dell'autunno a Velate. Guttuso".

Ritrovo quasi per caso un bel testo firmato Giorgina Busca Gernetti: "Anche lui dunque, come Quasimodo, era legato all'Isola del Sole dalla luce

PasseggiataPasseggiata

abbagliante e dai colori intensi, quasi violenti, con un sentimento profondo che non si affievolì mai, benché – soprattutto da quando lasciò la Sicilia nel 1937 – trascorresse gran parte dell'anno nel fasto di Roma o nella pallida luce del Nord, fra quei colori tenui e vibranti, quasi trasparenti, che compaiono sulle tele dei "Chiaristi" lombardi, attivi a Milano agli albori degli anni Trenta.
(…) Tuttavia proprio questo Guttuso figlio del Sole, siciliano anche nell'aspetto fisico, nella pelle scura e soprattutto nello sguardo intenso e "bruciante" tipico degli uomini del Sud, si innamorò di Velate, un piccolo borgo medioevale immerso nel verde delle Prealpi – ai piedi del Sacro Monte – da cui, guardando verso occidente, si vede scintillare un piccolo specchio d'acqua (l'estremo lembo del Lago di Varese) e la mole massiccia del Monte Rosa coronato di ghiaccio azzurrino, nelle giornate più limpide così nitido sullo sfondo del cielo rosso nel tardo tramonto da sembrare quasi a pochi passi dal lago e da questo "angolo ridente", per usare le parole del poeta Orazio.

Guttuso non seppe resistere al fascino di un angolo solitario dalla natura incontaminata, alla quiete di Velate che favoriva il raccoglimento interiore e la concentrazione indispensabili per "ideare" e dipingere con fervore le sue opere. Dal 1953 infatti (poco dopo il matrimonio con Mimise Dotti) egli era solito trascorrere i mesi estivi e il primo autunno a Velate, isolato nel suo "eremo" costituito da una grande villa quasi nascosta in un ampio giardino alberato, recinto da un'alta siepe.
(…)
La siepe proteggeva la sua volontaria solitudine – sempre rispettata dai Varesini che pur gli conferirono la cittadinanza onoraria nel 1983 – e favoriva quell'isolamento che gli consentiva, in un continuo, intimo colloquio con se stesso, di "pensare" i suoi dipinti.
"Dipingere non è difficile, è difficile pensare" disse infatti una volta, e ancora: "Dipingere è essere ispirati da ciò che si vede, e si pensa, da ciò che si scopre. Può essere un tramonto, un albero, un paio di scarpe vecchie […]".
(…)
Questa presenza assidua, nei suoi dipinti, degli "oggetti"

Cesto di castagneCesto di castagne

che la realtà concreta di Velate gli poneva davanti agli occhi – fra cui anche gli alberi del giardino che in autunno lasciano cadere una pioggia di foglie, alcune ancora librate nell'aria, altre già ai piedi del tronco in un trionfo di giallo oro (Autunno a Velate, 1965) – dimostra la sua coerenza con i principi che espose nel famoso scritto Paura della pittura, pubblicato sulla rivista "Prospettive" nel 1942, nel quale, sostanzialmente, alla pavidità e al conformismo di molti artisti dell'epoca contrapponeva una vera e nuova pittura in cui "in questa continua presenza di tutto se stesso, il pittore vivrà la sua vera vita e attuerà la sua libertà, scoperto sul mondo, solidale con gli altri uomini e con essi in colloquio".
(…)
L'atelier di Guttuso occupa interamente la parte anteriore della villa: è tutto a vetrate, ampio e luminoso, aperto sulla vista del prato con i castagni d'India. Tra i rami degli alberi si intravedono i tetti di Velate dai coppi rossicci, presenti in numerosi paesaggi ritratti d'estate, d'autunno, di giorno, al tramonto, di sera, in opere nate da e in questo luogo tranquillo e silenzioso che gli offriva, oltre agli "oggetti" da rappresentare, anche l'atmosfera, persino la luce adatta per trasformarli in arte: "Velate mi aiuta a vivere e a lavorare come una grande città non può far più… Mi piace questa luce e quest'aria senza provocazioni violente, ma tutt'altro che anonima, che mi permette di essere eccitato dai miei pensieri, senza portarmi fuori di me" ("Il Giorno", 6 ottobre 1959).
Ma ciò che più sorprende è che proprio in questo atelier di Velate abbiano visto la luce anche quei dipinti famosi ovunque – tra cui Vucciria (f. 10) – che, seppure ispirati da altri luoghi o da altri soggetti, solo nella solitudine e nel raccoglimento di questo "eremo" Guttuso avrebbe potuto eseguire secondo il suo principio fondamentale che dipingere è "riflettere sulla pennellata, sulla struttura, sulle cose su cui si riflette quando si fa un quadro". Benché possa sembrare strano, il mercato chiassoso e variopinto di Palermo, elemento di un mondo dai colori violenti e dalla luce fissa e arroventata quando il sole è alto nel cielo, nel 1974 ha preso vita sulla tela in un angolo silenzioso di Lombardia, tra il verde tenero dalle innumerevoli sfumature che si stemperano in una luce tenue e soffusa".