E’ possibile mappare il mondo? La fotografia satellitare rispecchia la realtà o ne è solo una possibile lettura?
Le Mappe di Filippo Piantanida, frutto di una ricerca iniziata nel 2014, ci trasportano in un mondo che diventa Arte a partire dagli scatti dei satelliti della NASA , che si trasformano in un collage fatto di centinaia di strisce.

Il percorso artistico di Piantanida parte da lontano. “Mi sono innamorato della fotografia fin da giovanissimo – racconta – e ho sempre fatto il fotografo. L’alternativa era quella di intraprendere la professione del chirurgo, ma ho preferito dedicarmi ai reportage in giro per il mondo!”. Piantanida racconta con un sorriso l’inizio di una carriera che l’ha portato a indagare i concetti stessi di Spazio e Tempo.

“Ben presto sono stato affascinato dall’architettura e dal paesaggio. A partire dal 2008, assieme a Roberto Prosdocimo e con la sigla FRP2, sono entrato nel mondo dell’arte. Le prime serie di immagini che abbiamo realizzato sono quelle dei Bambini, che hanno una forte struttura architettonica e rappresentano la nostra ricerca. Quindi è finita questa prima avventura e abbiamo tolto il soggetto ‘uomo’ per passare alla serie Normal Generic Landscape, che sono dei collage fotografici”.

E’ affascinante l’idea del collage fotografico, perchè, guando guardiamo le vostre immagini, non sono ciò che sembrano, mettono in discussione un’idea sedimentata in noi, ovvero che la foto sia realtà.

“Il collage fotografico nasce proprio per la questione del Tempo e dello Spazio ed evidenzia il problema indicale della fotografia: ovvero l’essere nel Tempo e nello Spazio per fare il “clic”. E’ una questione che ha assunto grande rilevanza nella fotografia a partire dagli anni anni ’80, con l’avvento del digitale. E’ infatti cambiato completamente l’approccio alla struttura del mezzo rispetto alla fotografia analogica cui eravamo abituati.

Per fare questi collage iperrealistici si scattavano fino a 400 scatti per ambiente. Guardando, ad esempio, ‘Postcards from Marseille’, vediamo un raggruppamento di case dove ogni casa è uno scatto diverso. Il paesaggio è reale perché ogni edificio esiste veramente, ma non è reale perché le case non sono lì dove si vedono nell’immagine.

La stessa cosa avviene in tutte le immagini realizzate in quel periodo. Nonostante grandi e piccoli cambiamenti apportati, aggiungendo e togliendo diversi elementi, la veduta è molto simile a quella che è la percezione di quello spazio di chi guarda. C’è un mismatch visivo, uno sfasamento, tra quello e il fruitore vede nella fotografia e quello che realtà poi si ricorda.

Qual’è l’obiettivo di questo mismatch?
“Rimontando, rimescolando tutte le immagini e ristampando una fotografia con l’esposizione della fotografia finale, si rioggettivizzano la realtà e il realismo dell’immagine che si sta guardando. Perché nella percezione del singolo, di chi guarda l’immagine, nel momento in cui si parla di fotografia la prima percezione è che stiamo vedendo qualcosa di reale. Anche se non è così. E osservando con più attenzione si colgono le anomalie presenti.

In realtà  è da più di trent’anni che la fotografia non ritrae necessariamente la realtà. Nella quotidianità è irrilevante che il mezzo sia digitale e che venga usato per ritrarre quello che ci circonda ma lo è dal punto di vista concettuale e artistico, soprattutto quando si fa un lavoro con il mezzo fotografico. In ogni immagine ci sono degli elementi di rottura, che fanno capire che  non si tratta semplicemente una cartolina. La realtà non è esattamente quella che stai vedendo, questo è ‘altro’. Lo Spazio non è reale e neppure il Tempo”.

Il concetto di Spazio e Tempo torna in tutte le opere di Piantanida, due aspetti che non si possono dividere, “perché se lavori sullo spazio, lavori inesorabilmente anche sul tempo: come concetti fisici non si possono separare. Come si declina quest’idea nelle immagini che ritraggono i bambini?

 

I bambini negli scatti sono privi di connotazioni: non hanno fisicità, non sorridono, non hanno espressione. Questo per eliminare tutta una parte di coinvolgimento perché, nel momento in cui non hanno fisicità, diventano un metro di misura per lo spazio che li accoglie. Vi è una specie di rimbalzo tra il bambino e lo spazio, in una visione quasi monumentale. Perché tutto è estremamente rigoroso, rigido e centrato sugli elementi. I bambini sono stati fotografati proprio nelle location delle immagini e le foto sono prive della direzionalità della luce, vengono così esasperate le geometrie degli spazi, come se fossero delle incisioni.

 

Inizialmente io e Roberto abbiamo fatto 4, 5 serie dei bambini partendo da foto come quella della bambina sul lago, dove c’erano veramente pochi elementi e spostandoci poi in location particolari come un palco del Teatro della Scala. Dopodiché comincia una serie che si chiama Evoluzione, in cui cominciamo a mettere più elementi e la sintesi del lavoro porta all’introduzione del movimento, come si vede in ‘Atto puro’ e ‘Atto violento’”.

FRP2 finisce intorno al 2014 e, da lì, comincia la ricerca sulle mappe.
Ho deciso di lavorare con le mappe, perchè la mappa è il primo approccio, anche inconscio, utilizzato dall’uomo per rapportarsi con lo Spazio e, inesorabilmente, anche con il Tempo. L’uomo ha avuto l’esigenza di creare delle mappe soprattutto per capire la distanza che c’è tra un punto e l’altro. Semplificando, quando si entra in una stanza, ci si crea immediatamente la mappa mentale di quello spazio”.

“La mappa può avere un significato politico, economico, culturale e via dicendo. Nella nostra esperienza culturale, nel nostro background culturale ha lo stesso approccio della fotografia, ovvero ritengo che  quello che vedo sia reale. Riteniamo che la mappa sia ‘oggettiva’. E’ il concetto più difficile da ‘scardinare’. Non è così: essendo la mappa una cosa fatta da uomini, è vero che ci sono delle regole da seguire, ma nel corso della storia queste regole sono cambiate più e più volte”.

Certo, la porzione di terra che viene ritratta è assolutamente reale, concreta. Ed era lì, in quel momento. Ed è esattamente il concetto dello scatto singolo, la differenza è che qui non solo ho il concetto di mappa, non solo ho lo spazio-tempo, non solo ho  la fotografia, ma – in più – posso andare avanti e indietro nel tempo e creare un ritratto dello spazio a mio piacimento. E questo avviene interno di ogni mappa.

La mia idea di mappa, in realtà, è quello che rappresenta il concetto stesso. Infatti non c’è alcun tipo di volontà cartografica, nessun desiderio didascalico, scientifico. Quello che sta dietro il concetto di mappa è stato trattato da tutti quelli che hanno lavorato con l’idea di Spazio-Tempo, quindi era quasi un percorso obbligato.

Come si spiega la presenza dei colori sui tuoi collage? Le mappe sono colorate, perché il file che viene usato nasce così. I colori che si vedono sono quelli originali degli scatti del satellite, il loro variare è dovuto al grado di definizione tecnica dell’immagine, molto diversa da come sarebbe stata 50 anni dopo. Cuba del 1976 è rosa perché, tecnicamente, i file erano più imprecisi. Gli algoritmi di colazione e la lettura da parte negli ultimi anni sono migliorati a livello quasi assoluto.

Cuba è rosa perché era rosa l’immagine, il Mediterraneo è rosso perché il file è così. Non aveva correzioni luminose sulle varie tonalità di luce, i filtri e le ombre. E quresto è molto interessante, perché mi permette di giocare con una palette di colori diversi.
Io e il mio team, composto da Erica, Caterina e Giuseppe, usiamo tutte queste sfaccettature tecnologiche per creare quello che vogliamo.

Ogni immagine, così, ha un numero infinito di variazioni. Facendo richiesta alla NASA si può accedere liberamente a queste immagini, l’importante è che non vengano usate a scopo pubblicitario

La mostra MAPS prosegue alla Galleria Ghiggini fino al 16 aprile 2018. Nel 2009 hai partecipato all’VIII edizione del Premio GhigginiArte, vincendo il concorso della galleria dedicato all’arte contemporanea proprio con la tua serie Evoluzione.

Con la Galleria Ghiggini di Varese c’è un rapporto di amicizia, oltreché professionale. Negli ultimi quattro anni non avevo esposto nulla e sono originario di Varese, quindi con Eileen Ghiggini abbiamo deciso di presentare MAPS al completo,per la prima volta, proprio in Galleria.

Chiara Ambrosioni

MAPS, Filippo Piantanida
fino al 16 aprile 2018
Galleria GHIGGINI 1822
Via Albuzzi 17, Varese
da martedì a sabato 10-12.30/16-19