Lanzarote è un’isola che va scoperta. Subito, dall’aereo, ti appare nella sua apparente aridità e inavvicinabilità. Si coglie immediatamente un elemento che la contraddistingue e fa parte della sua sua storia: il vulcano o meglio centinaia di bocche vulcaniche ed è sbarcando che diventa un tutt’uno con il vento, l’oceano, il suolo lavico, frutto di un’eruzione durata dal 1730 al 1736 che ridefinì completamente il territorio. 

Ma Lanzarote è soprattutto un’isola modellata da un artista: César Manrique (1919-1992).  Pittore, scultore, architetto e artista multidisciplinare, studiò a Madrid e visse negli anni ‘60 a New York. Pochi anni dopo, ritornò a Lanzarote per stabilirsi definitivamente nella sua isola natale. È allora che avviò il suo progetto più personale e ambizioso: usare l’isola come tela su cui plasmare le proprie idee artistiche e di difesa dei valori ambientali.

A metà degli anni Sessanta, in concomitanza con il suo trasferimento a Lanzarote, César Manrique promosse una serie di progetti artistici innovativi per l’epoca: si trattava di un insieme di azioni e interventi che mettevano in risalto il valore del paesaggio e delle bellezze naturali dell’isola, che diedero vita ad un nuovo aspetto e alla proiezione internazionale della stessa, inserendosi nel contesto della trasformazione paesaggistica e dell’adattamento di Lanzarote all’economia del turismo. Quando il Cabildo, la massima istituzione politica dell’isola, decise di affidare il progetto a César Manrique, prese la decisione giusta: grazie all’avvedutezza di questa scelta, nel momento in cui l’industria turistica iniziò a svilupparsi sull’isola, i criteri estetici ed ecologici prevalsero su quelli economici. Ancora oggi tutte le costruzioni devono essere di colore bianco e non più alte di due piani, ad eccezione degli hotel. Con il suo grande carisma inoltre Manrique, riuscì a sensibilizzare e a creare la coscienza del luogo negli abitanti dell’isola sempre sotto il binomio natura-architettura.

Il Jameos del Agua, il Mirador del Río,il Jardín de Cactus, il Ristorante El Diablo nel parco nazionale di Timanfaya, sono soprattutto interventi di edilizia pubblica vincolati all’industria turistica, ai quali Manrique donò una funzionalità economica e sociale inedita nella cultura spagnola: in essi, l’artista conservò le caratteristiche proprie dei luoghi in un dialogo che ha sempre rispettato la natura, tra i valori architettonici della tradizione locale e le concezioni moderne.

 

Ci sono elementi comuni e caratteristiche proprie in ogni complesso. In tutti c’è una medesima grafica e uso dei materiali, nelle insegne, nelle lampade per l’illuminazione, nei cestini dell’immondizia, persino nei bagni che sono progettati come parte delle opere. Tutte le pavimentazioni sono formati da un puzzle di lastre di roccia di origine vulcanica e così le costruzioni vere e proprie. Ogni attrazione è invece caratterizzata da un proprio logo – e non dimentichiamo che Manrique progettò anche il logo dell’intera isola – e una fusione tra l’artificiale ed il naturale, adattandosi a quel particolare territorio: Le tipologie sono su cui si basano le attrazioni sono il tunnel lavico o meglio i jameos e il mirador che svolgono due funzioni: l’abitare sotto terra e l’osservazione del paesaggio dalla cima delle montagne. Per quanto concerne i cosiddetti jameos, si tratta di reliquie di antiche eruzioni: il crollo delle volte del tunnel lavico diede origine a delle cavità, originate da sacche di gas intrappolato nel tunnel di lava, all’interno delle quali i sedimenti spesso permettevano lo sviluppo di vegetazioni arbustive.
E infatti al Jameos dell’Agua, che che in realtà è un lago salato all’interno di una grotta, l’ architetto realizza un giardino botanico, un auditorium, un ristorante ed una piscina.

 

 

Il Mirador del Rio è uno spettacolo emozionante sull’oceano atlantico: l’attenzione dell’artista nel rispettare la natura e l’ambiente si notano dalla scelta dei materiali, perfettamente compatibili con la roccia e l’ambiente naturale circostante. Il ristorante El Diablo è un mirador a 360° da cui ammirare un paesaggio vulcanico lunare e Manrique qui realizzò anche la scultura El Diablo, un fantomatico spiritello che, secondo gli antichi abitanti delle Canarie, determinava le eruzioni vulcaniche nell’isola.

Nel Jardin de Cactus in 5000 metri quadrati sono presenti 1400 cactus di oltre   1000 specie collocati da Manrique in una conca, e per questo difesi dal vento, che sfrutta i terrazzamenti delle antiche coltivazioni.

 

Una chicca è costituita dalla casa dell’artista a Taro di Tahiche, oggi sede della fondazione César Manrique. Essa è una struttura articolata su due livelli: quello superiore è costruito secondo i canoni architettonici isolani, mentre il livello inferiore è stato ricavato in cinque grandi bolle vulcaniche alte cinque metri e aperte verso il cielo: il tutto integrato e circondato da un lussureggiante giardino. Oggi, in quelli che erano vari ambienti della casa, sono esposti quadri di Mirò, Picasso, Chillida, Tàpies e altri facenti parte della collezione dell’artista oltre a molti bozzetti e progetti del padrone di casa, video che ne illustrano la vita e il pensiero, e sue opere astratte e materiche disposte lungo le pareti di quello che fu il suo laboratorio.

Senza dimenticare poi le varie sculture a vento o meno che costellano tutta l’isola e che sono simbolo inconfondibile della passione dell’artista per l’isola di Lanzarote e per il suo volto naturalistico.

 

Cristina Pesaro