Chi ha intenzione di andare al Museo d’Arte di Mendrisio per visitare la mostra di Felice Varini non lo faccia, se possibile, in un giorno festivo. Meglio, molto meglio, vederla quando il pubblico non è numeroso, anzi – ideale – quando nelle sale o lungo i corridoi non c’è

Felice Varini, Triangoli per un rettangolo

proprio nessuno. Allora si potrà girare intorno, passare da una parte all’altra delle opere – bellissime nelle forme semplici e perfette e nei colori primari e saturi -, vederle di fronte o di retro, cercare di intendere l’elaborazione complessa di studi e riflessioni che le ha generate, e cogliere il loro icastico significato.

Con personale e continua ricerca Varini, ticinese di nascita ma parigino d’adozione, ha scelto di operare non sulla tela o disegnando (in mostra una sala è però riservata ai suoi fogli: illuminanti), ma “sul grande” , dunque sull’ambiente naturale e su spazi urbani dalle più eterogenee destinazioni (il Boulevard Magenta, la Place de l’Odéon a Parigi, la Cittadella di Carcassonne, il parking del LAC di Lugano) o dentro monumenti carichi di storia e bellezza (San Stae a Venezia, in occasione della Biennale del 1988) per dare forma a composizioni di perentoria esperienza percettiva tutta elaborata sul rigore prospettico, sulla mutevolezza delle forme e della luce e sul fluire della vita.

Felice Varini, Spirale gialla

Quale è il messaggio che Varini vuole farci intendere? Ce lo spiegano bene anche i saggi di Paolo Bolpagni e di Gianni Biondillo nel catalogo, di grafica originale, curato da Barbara Paltenghi Malacrida e Francesca Bernasconi. Il primo studioso, dopo aver percorso l’iter e indicato le affinità elettive dell’artista, sottolinea di lui “il radicamento originario nella tradizione del Concretismo, l’aspirazione a oltrepassare il supporto della tela e della tavola, l’attenzione (mutuata dalla corrente cinetico-programmata e optical) a tutto ciò che attiene alla percezione visiva e alle sue implicazioni”. Per Felice Varini – lo scrive sempre Bolpagni – creare diventa “un mezzo di “ri-significazione” del mondo: prende un lembo di realtà e lo evidenzia, lo sottolinea, attira la nostra attenzione su di esso, e in questo modo lo fa uscire dall’ovvietà, rendendolo espressivo”. E così ci induce “a meditare sul proprio essere nello spazio, alterato nelle nozioni di prospettiva e di tridimensionalità, e a reinventarlo”.

Felice Varini, Quattro cerchi nel quadrato

L’altro, Gianni Biondillo, mette in evidenza i rimandi alla rappresentazione dello spazio come la rivoluzionarono nel Rinascimento Brunelleschi, Masaccio, Bramante e nel Barocco il ticinese Borromini e come Varini “che ha alle spalle una tradizione del moderno, una genealogia artistica e una tradizione ben riconoscibile: da Fontana a LeWitt, da Magritte a Matta-Clark” abbia voluto proporcela in termini attuali creando con la sua assidua, inesausta ricerca “momenti prodigiosi di illuminazione, di grazia, di poesia, dove il reale pare sospeso, fino a sembrare una fessura, un taglio “alla Fontana” nella tela del mondo, uno squarcio verso la meraviglia. Ma basta un attimo, un passo, una distrazione. E tutto precipita”.

Ecco, gli interventi disposti da Felice Varini negli spazi silenti dell’antico convento servita di Mendrisio che sembrano fatti apposta per contenerli, sono da vedere con questi presupposti, ma poi da vivere, anche ludicamente, avviandoci “à la recherche” del loro punto di vista privilegiato per stare lì, una volta trovatolo, a riflettere sul suo perfetto rigore e poi perdersi, fatto solo qualche passo, in infinite altre percezioni. Ugualmente emblematiche, ugualmente emozionanti.

Giuseppe Pacciarotti