Milano – Manuel Zoia Gallery di via Maroncelli ospita la collettiva “Architetture dell’Intimo”. L’esposizione nasce dall’incontro tra due dimensioni: l’architettura, intesa come costruzione, struttura e spazio, e l’intimo, come luogo personale, emotivo e identitario. La mostra riunisce le opere di otto artisti contemporanei, differenti per ricerca, linguaggio e tecnica, in un percorso dedicato alle molteplici sfaccettature dell’esistenza umana e alle sue diverse forme di rappresentazione. Le opere esposte sono degli artisti: Rodrigo Blanco, Martina Cinotti, Alessandro D’Aquila, Leonardo Dini, Giuseppe Gallace, Gaspare Gianduia Grimaldi, Maurizio Pometti e Diego Zangirolami. Nella mostra pittura, scultura, installazione, si incontrano e si confrontano, trasformando lo spazio in un luogo di racconto e di riflessione, dove la dimensione dell’intimo diventa materia, forma e narrazione. Un’indagine su ciò che abita dentro di noi e sulle modalità attraverso cui l’esperienza personale si traduce in immagine, spazio e materia, restituendo la complessità del presente.
L’esposizione proseguirà sino al 17 ottobre. Orari al pubblico: da mercoledì a sabato dalle 15 alle 19.
Cenni biografici degli artisti
Rodrigo Blanco (Latina 1975) è un pittore italiano contemporaneo che attualmente vive e lavora ad Ancona. Cresciuto a Latina, ha intrapreso inizialmente studi tecnici e praticato il salto triplo a livello agonistico. Successivamente, dopo aver lavorato in una fabbrica metalmeccanica e aver scoperto la lettura filosofica, ha iniziato a dipingere da autodidatta. La sua ricerca artistica si concentra sulla memoria come forza generativa e sulla pittura come esperienza percettiva, creando opere capaci di trasportare l’osservatore in dimensioni metatemporali. Nel 2014 ha fondato l’associazione Ginolimmortale insieme a Marvi Maroni e Francesco Colonnelli, un collettivo di artisti e intellettuali ispirato alla figura di Gino De Dominicis.
Martina Cinotti (Monza 2000) vive e lavora tra Milano e la sua città natale. La sua pratica artistica esplora il corpo umano come interfaccia permeabile e mutevole tra soggettività e ambiente. Attraverso la pittura, indaga come la cultura visiva abbia storicamente plasmato e spesso distorto la rappresentazione della forma umana, in particolare del corpo femminile, rivelando le dinamiche sociali, politiche e culturali sottese a tali scelte. Il lavoro di Cinotti dissolve i confini tra corpo e paesaggio, dando forma a una dimensione sensoriale in cui l’identità diventa secondaria rispetto alla percezione. I suoi dipinti sono realizzati attraverso tecniche a olio a strati che alternano aggiunta e sottrazione, utilizzando solventi per creare trasparenze e svelare il rapporto fisico tra superficie e gesto. Questo metodo riflette la sua attenzione concettuale sull’atto dello sguardo: nell’opera di Cinotti, il vedere non è mai neutro — è uno spazio carico di significato in cui desiderio, vulnerabilità e attenzione si intrecciano. Ogni tela diventa un invito a rallentare, a percepire il proprio sguardo e a mettere in discussione il fragile confine tra osservatore e osservato.
Alessandro D’Aquila (Abruzzo 1989) è un artista residente a Milano che utilizza il linguaggio Braille come protagonista della sua ricerca artistica. Dopo un’esperienza personale che in giovane età gli fa temere di perdere la vista, da adulto decide di esorcizzare il suo trascorso attraverso un’instancabile e appassionata ricerca artistica. Il suo lavoro con il Braille gli permette di trovare il suo linguaggio, un veicolo grafico capace di trasformarsi sia in firma sia in elemento fondante delle sue opere, sempre immerse nella contemporaneità e nella critica della stessa. La sua arte visiva, fatta di Sintesi e Braille, vuole invitare il pubblico a guardare oltre l’alfabeto, oltre i dettagli e oltre tutte le barriere visive da cui siamo quotidianamente ostacolati. L’utilizzo del Braille rappresenta anche una critica alla superficialità di chi spesso dimentica o trascura le esigenze e le potenzialità delle persone con disabilità. La sua ricerca artistica si basa sulla provocazione, invertendo i ruoli e le capacità, rendendo il pubblico cieco e allo stesso tempo più attento e cosciente di sé e degli altri.
Leonardo Dini (Pietrasanta 1994) è un artista e ceramista italiano la cui sua ricerca si muove tra tatuaggio, pittura, ceramica e scultura. Dopo essersi affermato come tatuatore, nel 2021 amplia la propria pratica artistica alla pittura e alla ceramica. Nelle sue opere ricorre spesso la rondine, simbolo di libertà e ritorno a sé stessi, attraverso cui affronta temi legati all’identità, all’emarginazione e all’autenticità. Parallelamente sviluppa una produzione di ceramiche dipinte a mano in cui il linguaggio del tatuaggio incontra la materia ceramica. Negli ultimi anni la sua ricerca si è evoluta verso opere scultoree incise con graffiti e arricchite da elementi metallici. Nascono così i suoi “graffiti gentili”: segni poetici che trasformano il linguaggio urbano in una riflessione su fragilità, memoria e resistenza. Per Dini, la ceramica stessa diventa metafora della condizione umana: fragile all’apparenza, ma capace di attraversare il fuoco e trasformarsi in forza.
Giuseppe Gallace (Soverato 1993) vive e lavora a Torino. La sua ricerca si muove nell’ambito di una pittura evocativa e ambigua, che interroga lo spazio della visione e della memoria attraverso un linguaggio sensibile e stratificato. La pratica pittorica si configura per l’artista come un tentativo continuo: non nel senso di una ricerca orientata a un esito definitivo, ma come condizione intrinseca del fare pittura, come movimento costante verso qualcosa che avverte come esistente e presente, ma che rimane indefinito e irrisolvibile. Nel continuo germogliare di sottili mutazioni — come le presenze organiche e vegetali che attraversano le opere — la pittura trova il proprio senso, tra la costante costruzione e decostruzione dell’immagine e della figura. L’immagine si sviluppa come evento sospeso, attraversato da una forte tensione visiva, senza mai sfociare in una narrazione lineare. Riferimenti al paesaggio, alla figura, all’oggetto e al dettaglio architettonico appaiono e si dissolvono, dando luogo a una pittura fatta di presenze e assenze, di visibile e di trattenuto. La materia pittorica diventa una parte integrante del senso stesso dell’opera: sedimentazione, filtro, ostacolo e, al tempo stesso, rivelazione. Attivo attraverso diverse esposizioni tra l’Italia e l’estero, alcune opere fanno parte di diverse collezioni pubbliche e private.
Gaspare Gianduia Grimaldi (Trento, 2000) è un artista che lavora principalmente con la pittura. Dopo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, ha sviluppato una ricerca figurativa centrata sulla figura umana come dispositivo attraverso cui indagare relazioni, comportamenti e tensioni che attraversano l’esperienza contemporanea. La sua pratica si distingue per un uso della pittura che privilegia la costruzione dell’immagine rispetto alla narrazione esplicita. Figure, oggetti e ambienti sono collocati in situazioni essenziali, spesso caratterizzate da una sottile ambiguità, dove il dato osservato si intreccia a elementi di invenzione. L’attenzione alla materia pittorica, alla qualità della luce e agli equilibri compositivi contribuisce a definire opere che mantengono una forte presenza visiva senza rinunciare alla complessità interpretativa. Attraverso la figurazione, l’artista affronta questioni legate alla condizione individuale e collettiva, evitando letture univoche e privilegiando immagini capaci di suggerire molteplici livelli di significato.
Maurizio Pometti (Catania, 1987) vive e lavora a Catania. È Laureato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Catania. La sua pittura evoca la memoria, ricreando un presente surreale attraverso immagini di ricordi mai vissuti, trasformando le sue opere in frammenti di un diario immaginario. Partecipa a diversi premi e mostre. Numerose le mostre personali e collettive in Italia e all’estero tra le quali si segnalano: L’a socialité, Sacca Gallery, Modica, 2025; Paesaggi alternativi, LeoGalleries, Monza, 2023. Tra le collettive: Arteam Cup X, Real Collegio Carlo Alberto, per Paratissima XXI, Moncalieri (TO); La bellezza resta, Centro per l’Arte Contemporanea Rocca di Umbertide (PG), 2025; Chiamata alle Arti 2021-2024, Istituto Italiano della Cultura di New York, 2024; Experimentum Crucis, Ex Caserma Cassonello, Noto, Premio Artivisive San Fedele. L’Umano e il Divino (finalista), Galleria San Fedele, Milano.
Diego Zangirolami (Torino, 1984), pittore, docente e architetto, si è laureato in Architettura presso il Politecnico di Torino dopo aver frequentato un liceo artistico. La sua ricerca artistica è fortemente legata alla tradizione europea ed è caratterizzata da miniature originali in cui persone, paesaggi, architettura, storia, letteratura, poesia e miti dialogano tra loro. Dotato di grande maestria nel disegno, possiede una raffinata tecnica pittorica. Preziosi dipinti in miniatura racchiudono piccoli mondi, collegati tra loro, in cui personaggi reali o di fantasia vivono in contesti fuori dal tempo. La mente creativa dell’artista, a prima vista anacronistica, racchiude una temporalità diversa che si sviluppa in modo del tutto personale, sia nelle scelte compositive che in quelle contenutistiche. Dopo aver trascorso diversi anni in Cile, dal 2016 vive e lavora a Berlino, per poi rientrare a fine 2022 in Italia, a Torino.









