Busto – Ci sono libri che si sfogliano. Altri che si osservano. E poi ce ne sono alcuni che chiedono qualcosa di più: fermarsi.

Cinque Terre tra cielo e mare, il nuovo volume fotografico di Massimo Lupidi, appartiene a quest’ultima categoria. Non è soltanto una raccolta di immagini dedicate a uno dei paesaggi più celebrati d’Italia. È un viaggio lento, contemplativo, nel quale la fotografia smette di essere documento per trasformarsi in linguaggio, riflessione, emozione.

Il volume si inserisce idealmente nel solco del centenario di Ossi di seppia, la raccolta pubblicata da Eugenio Montale nel 1925. Quelle pagine hanno consegnato alla letteratura un paesaggio che non è mai semplice descrizione della natura. Il mare, gli scogli, i limoni, la luce abbacinante della riviera ligure diventano simboli, presenze interiori, “correlativi oggettivi” attraverso cui il poeta racconta inquietudini, silenzi e ricerca di senso.

È proprio con quello sguardo che Massimo Lupidi sceglie di confrontarsi.

«L’ispirazione è nata attraverso le poesie di Eugenio Montale. – racconta Lupidi -. L’idea era quella di unire la fotografia alla sua poesia, cercando di realizzare immagini in sintonia con le sue opere».

Non si tratta di illustrare dei versi. Sarebbe riduttivo. Lupidi cerca qualcosa di più complesso: tradurre in immagini quella stessa tensione emotiva che attraversa la poesia montaliana. È un dialogo tra linguaggi diversi che condividono la stessa ambizione: evocare, più che spiegare.

Le Cinque Terre che emergono dalle sue fotografie non sono mai cartoline. Sono luoghi vissuti, respirati, ascoltati. Il mare cambia continuamente volto. Talvolta è una superficie immobile sulla quale la luce si posa con delicatezza; altre volte si increspa, si agita, riflette cieli inquieti. Non è mai un elemento decorativo. È un protagonista.

Anche i colori sembrano parlare un linguaggio poetico. L’azzurro profondo dell’acqua incontra il giallo acceso dei limoni, il verde intenso della vegetazione, le rocce scolpite dal tempo. Sono contrasti cromatici che ricordano gli stessi richiami visivi presenti nella poesia di Montale, dove la natura non accompagna il pensiero ma lo genera.

E poi c’è la luce.

Non quella uniforme delle giornate perfette, ma una luce viva, mutevole, che filtra attraverso le nuvole, accende riflessi improvvisi sul mare, scolpisce i profili delle scogliere e dei borghi sospesi tra cielo e acqua.

I cieli, raramente limpidi, sembrano custodire il respiro stesso del paesaggio. Nubi dense, talvolta imponenti, incombono sul mare senza mai opprimerlo. Piuttosto, ne amplificano la forza. Diventano presenze silenziose, misteriose, capaci di trasformare ogni immagine in qualcosa che va oltre la semplice rappresentazione della realtà.

È qui che si comprende davvero il pensiero dell’autore.

«La fotografia non è solamente tecnica, ma soprattutto un modo per esprimere emozioni e sensazioni.»

Una frase che potrebbe sembrare un manifesto, ma che nel suo lavoro trova una traduzione concreta. Ogni fotografia porta con sé il segno di uno sguardo personale, maturato ben prima dell’incontro con la macchina fotografica.

Lupidi, infatti, nasce come pittore. Il carboncino, il chiaroscuro, la ricerca della composizione hanno educato il suo occhio a vedere oltre l’apparenza.

«Quando ho affrontato la fotografia ho cercato di svilupparla in modo interpretativo. In ogni lavoro cerco sempre di dare qualcosa di mio, evitando che sia soltanto tecnica».

Forse è anche per questo che molte immagini sembrano avvicinarsi alla pittura. Non per effetto di elaborazioni o artifici, ma per la capacità di costruire atmosfere nelle quali luce, colore e materia dialogano con sorprendente equilibrio.

Anche il racconto dall’alto nasce da una scelta coerente con questa ricerca. All’interno del Parco Nazionale delle Cinque Terre l’uso di droni e velivoli a motore è vietato. Lupidi sceglie allora il parapendio.

«Mi sono affidato a un pilota di parapendio. Ho effettuato diversi voli e ho costruito così un racconto fotografico visto sia da terra sia dal cielo».

Non è una ricerca dello spettacolare. Le immagini aeree ampliano semplicemente il respiro del racconto. Offrono una prospettiva diversa, più ampia, nella quale il paesaggio rivela nuovi equilibri tra mare, roccia e cielo.

Parlando di Montale, Lupidi individua una sorprendente affinità tra poesia e fotografia.

«Montale non spiegava le emozioni. Le mostrava attraverso gli oggetti e il paesaggio. La fotografia fa la stessa cosa: un’immagine può esprimere uno stato d’animo.»

È forse questo il cuore del volume.

Come per il poeta il mare non è soltanto mare, i limoni non sono soltanto limoni e le pietre non sono semplicemente pietre, così nelle fotografie di Lupidi ogni elemento naturale diventa il tramite di un sentimento. Nulla viene spiegato. Tutto viene suggerito.

In un tempo in cui le immagini scorrono veloci sugli schermi, consumate nello spazio di pochi secondi, Cinque Terre tra cielo e mare invita invece a rallentare. A sostare. A lasciare che lo sguardo trovi il proprio tempo. Perché, come ogni autentica opera d’arte, questo libro non offre risposte. Pone domande.

E forse il suo significato più profondo è racchiuso proprio nelle parole con cui Massimo Lupidi conclude il suo racconto:

«Il fruitore dell’immagine non deve solamente vederla. Deve anche guardarla».

È una differenza solo apparentemente sottile. Vedere è un gesto rapido. Guardare significa concedersi il tempo dell’ascolto…

Ed è proprio questo che chiedono le pagine di Cinque Terre tra cielo e mare: non di essere sfogliate, ma abitate. Come si abita una poesia. Come si contempla il mare quando, improvvisamente, smette di essere paesaggio e diventa specchio dell’anima.

Questo viaggio tra fotografia e poesia farà tappa anche a Busto. Dopo le presentazioni in Liguria e in Valle d’Aosta, Massimo Lupidi presenterà Cinque Terre tra cielo e mare il 31 ottobre alla Galleria Boragno, accompagnando il pubblico in un percorso audiovisivo nel quale immagini, poesia e musica si fondono in un’unica esperienza.

E.F.