Busto – Con me Gigi Farioli non parlava di politica; sapeva come la pensavo e, al massimo, proclamava ad alta voce, “coram populo”, che ero un “monarchico di sinistra”. Parlava invece, eccome, di Busto, della sua più o meno vivacità culturale e dei progetti che aveva in mente sul fare e disfare in città. Allora, causa i nostri caratteri fumantini, si discuteva, anche animatamente, salvo poi, dato che ciascuno era convinto delle proprie opinioni e dei propri giudizi, continuare in stima e amicizia.

A proposito di “eventi” d’arte di cui mi occupavo tempo fa me lo rivedo con la sua mole falstaffiana e la sua larga gestualità incantare per l’eloquio fluente i presenti all’inaugurazione della mostra “I luoghi di Arturo Tosi” sul piazzale di Rovetta, nella Bergamasca, dove il Maestro aveva casa: sapeva più lui dell’artista che i curatori della rassegna! A lungo poi Farioli si intrattenne in quell’occasione con il nipote del pittore avanzando progetti per fare arrivare al Museo di Busto qualche opera del grande concittadino così che si potesse averne un’immagine più esaustiva. Le idee le aveva, anche ardite, ma poi gli toccava scontrarsi con la realtà che ridimensionava tutto e tutto rimaneva purtroppo solo una bella idea.
Con sempre partecipe entusiasmo ho visto Farioli presente alle manifestazioni artistiche che si aprivano in città e, anche se il suo interesse primario era il cinema (il settembre per lui era veneziano, alla Mostra del Cinema), presenziava ad esse non con i soliti bla bla bla, ma con giudizi appropriati. Del resto al Crespi s’era formato con Marrese, Raffo, Brunetto…

Mi vien da ricordare anche un’altra occasione dove ho avuto modo di apprezzare il suo vivo e profondo interesse per Busto: fu per la presentazione del mio volume sulla Quadreria dei benefattori dell’Ospedale. Partecipe con il suo usuale entusiasmo alla manifestazione, lo si vede in una fotografia soddisfatto e felice, non solo per l’iniziativa, ma soprattutto per scorgere la sala dei Molini Marzoli gremita di bustocchi venuti a conoscere la grandezza e la magnanimità dei loro concittadini di un tempo ormai perduto che, da visionario qual era, si illudeva potesse avere qualche sussulto nella complessa e difficile realtà dei nostri giorni e della nostra città.
Ora “il Gigi” non c’è più ed è venuto il tempo che della sua figura e statura si parli al passato e altri lo faranno senz’altro scrivendo parole più pertinenti delle mie. A me basta aver ricordato questi due momenti significativi dove ho inteso quanto per lui Busto fosse essenziale. Poi, certo, non dimenticherò nemmeno il suo sempre festoso saluto dal tavolino del caffè dove sedeva con gli amici quando mi vedeva passare sulla bicicletta in via Dante.
Giuseppe Pacciarotti









