Milano – Nicolò Baraggioli, Michele d’Agostino, Lorenzo di Lucido, Diego Dutto, Myvanwy Gibson, Francesco Meloni, Sabrina Milazzo e Giulio Zanet sono i protagonisti della collettiva dal titolo “Dissoution” in corso alla Manuel Zoia Gallery.

Il progetto mette in dialogo pratiche artistiche ibride per riflettere sul concetto di dissoluzione in tutte le sue accezioni. La dissoluzione è un processo che coinvolge corpi, organismi e materia; ma anche sentimenti, emozioni, divenendo così un mezzo per esplorare da un lato l’interiorità, dall’altro, nella sua accezione di disgregazione, è un filtro per plasmare e guardare alla contemporaneità. Dal latino dissolutio, il termine indica un’azione in corso piuttosto che uno stato.

La mostra, negli spazi espositivi di via Maroncelli, rimarrà in calendario sino al 28 maggio ed è visitabile dal mercoledì a sabato dalle 15 alle 19. Per informazioni: T. +39) 3334914712 info@manuelzoiagallery.com

Cenni biografici degli artisti:

Stefano Cescon (1989, Pordenone) vive e lavora a Venezia dal 2017. Ha conseguito il Diploma di 1° livello in Arti Visive, specializzazione in Pittura nell’anno accademico 2012/2013 presso l’Accademia Cignaroli di Verona. Si è laureato con lode in Arti Visive, specializzazione in Decorazione nell’Anno Accademico 2018/19 presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia.
La sua ricerca artistica si radica sul rapporto dialettico di elementi speculari: da un lato l’equilibrio tra forze superficiali (laterali e frontali) e dall’altro i passaggi tonali. Dove la forma è costretta o contenuta in una struttura geometrica, la cera è un contrappeso capace di restituire morbidezza ed espressività al risultato finale. La cera, medium e materiale prediletto, viene contaminata da composizioni chimiche come la stearina e la paraffina che la plasmano in maniera differente, rendendola organica e viva. Il fulcro dell’operazione è il “processo” inteso come verifica di una tesi volta a rispondere a un problema iniziale. Nelle opere Stefano Cescon stratifica vari livelli di cera, principio fisico e metafora del tempo come co-autore dell’opera. Infatti, è il tempo che, come un setaccio, stabilisce i ritmi interni delle sedimentazioni, rapporti variabili che rivelano la loro volontà a operazione conclusa. Le diverse fasce cromatiche realizzate dal processo si rapportano anche con le piattaforme online dove ritroviamo quotidianamente un vaso assortimento cromatico. Si instaura anche un dialogo tra una fonte effimera quale è la traccia digitale, naturalmente matematica, e la sua trasmutazione in opera fisica, imperfetta e viva,  L’artista ha esposto in diverse gallerie e contesti istituzionali, sia in Italia che all’estero, ed è vincitore di svariati premi, tra cui il recente Cramum Prize. Tra gli altri: Arteam Cup (2019), Premio Nazionale delle Arti (2019), Combat Prize (2016).

Michele d’Agostino (1988, Benevento) insegna Fonderia artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e Tecniche della scultura presso l’Accademia dell’Aquila. La sua pratica scultorea si ispira alle problematiche della società contemporanea, sempre perseguendo la volontà di indagare l’essenza ultima della realtà, spogliata di tutto ciò che è accessorio. A livello estetico, scorci naturali sono presentati ironicamente e modificati con artifici che mettono in campo un effetto straniante in chi guarda. I lavori più recenti di Michele D’Agostino segnano un ulteriore passaggio, in direzione delle installazioni, volte a coinvolgere, in vari modi il pubblico.
Tra le mostre personali ricordiamo: “Natura, Uomo, Mutamento”, Gipsoteca di Canova Possagno, a cura di fondazione Canova (Possagno) 2015; “Fantasmi nel verde” Rocca dei Rettori (Benevento) 2006 Tra le collettive annoveriamo: The colouring book, Milanoartguide ,mostra online a cura di Rossella Farinotti e Gianmaria Biancuzzi, 2020; Installazione site-specific opera Ferrari , in Bullona ,hotel For Seasons, Cairo; Fuori Visioni- 5 Festival Arte Contemporanea ,ex chiesa di San Maria della pace, Piacenza, 2019; “Premio d’arte città di Treviglio, a cura di Sara Fontana, sala crociere centro civico culturale, (Treviglio) 2016; “Premio Suzzara” Galleria premio Suzzara (Mantova); “NoPlace2” Castello di Fombio (Lodi); “Nottilucente 2014”, a cura di Culture Attive, Musei civici di Torregrossa, (San Gimignano) 2014; “co.co.co” Mostra finalisti premio, Chiesta sconsacrata di San Remigio (Como); “Trasfigurazioni” Abbazia di San Remigio Cavi a cura di M.Galbiati e K.McManus (Piemonte) 2014;“Feder Culture” Museo Nazionale Terme Diocleziane, (Roma) 2014.

Lorenzo di Lucido (1983 a Penne, Pescara) vive e lavora a Milano. Formatosi in un primo tempo come maestro d’arte, si iscrive poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove nel 2008 è tutor della cattedra di tecniche e tecnologie della pittura. Intendendo la pittura come atto e processo creativo, le sue opere si fanno portavoci della pars-destruens. Se la pittura è superficie su superficie, l’opera oggettificata è dettata da una serie di procedure che, collassando e stratificandosi in un circolo continuo, danno luogo a immagini. Così, il quadro ha in sé il processo della creazione ma anche la sua distruzione, eliminando tutto ciò che sarebbe potuto essere, nella sua realizzazione ha inglobato altre possibili versioni di sé. Rappresentare è come un piccolo crimine: si deve sempre uccidere o abbandonare qualcosa lungo la realizzazione. L’artista ha esposto in diverse mostre personali e collettive, tra cui: La superficie del tempo, Spazio espositivo Francesco Siracusa, Agrigento, 2018; Non è forse perché coltiviamo le nebbie? Yellow, Varese, 2017; L’adultère durable, con Valentina Perazzini, Villa Contemporanea, Monza, 2017; Il regime dell’immagine, con Luca De Angelis, Scatolabianca, Milano, 2014; In ragione dell’ombra, con Giovanni Blanco, Spazio FAR Rimini, Palazzo del Podestà, 2014. Tra le mostre collettive: Selvatico 12 Foresta. Pittura Natura Animale, Palazzo Marcolini, Forlì, Convento di San Francesco, Bagnacavallo, 2017; Far Off, Fiera di Colonia, 2017; Live Leaves, Studi Festival, Studio di Loris Di Falco, Milano, 2017; Studio Freud, Studi Festival, Studio BG, Milano, 2017; Painters Club, VIR Viafarini-in-residence, Milano, 2017; No Place 2, Catello di Fombio, 2016; Il nocciolo della questione, Museo Bodini, Gemonio, 2016; L’Eroico Manoscritto, Biblioteca Malatestiana, Cesena, 2016; Credere la Luce, Musas, Giulianova, 2016; Imago Mundi, Collezione Luciano Benetton, Fondazione Giorgio Cini, Venezia, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino 2015; Laboratorio di pittura in genere, Omegna, 2015.

Diego Dutto (1975, Torino) è artista visivo la cui ricerca si innesta su conformazioni impossibili e fantastiche. Gruppi scultorei di elementi ossiformi originano creature ibride, conosciute e retoriche, ispirate a un ideale bestiario popolato di animali arcaici. Questa ricerca, quasi meccanica, è un modo per addentrarsi nel linguaggio contemporaneo con estrema sintesi e forza comunicativa. Tra le mostre personali e collettive ricordiamo: Art Site Fest, Closeness-Prossimità 2021, Neighbors, Palazzina di Caccia di Stupinigi, 2021; Skelton, in collaborazione con Arteam, Traffic Gallery, Bergamo, 2020; Repertum, progetto speciale per Affordable Art Fair, Milano, 2019; Repertum, Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, 2018; Italia, 25a Biennale Internazionale della ceramica di Vallauris, Musée Magnelli, Musée de la Céramique, Vallauris, Francia, 2018.

Myvanwy Gibson (1965, Melbourne, Ayustralia), vive e lavora a Milano. Attraverso dipinti, installazioni e sfruttando le possibilità del digitale, riflette sulla relazione tra tecnologia, essere umano e natura. Concependo il digitale come un linguaggio che introduce parametri di fruizione diversi dai linguaggi tradizionali, indaga l’ignoto, il mistico, il nascosto. Evocando – ma non imitando – la natura, concepisce un’arte non antropocentrica, in cui il digitale è il linguaggio privilegiato per indagare l’ignoto, il mistico e il nascosto. L’artista ha esposto in numerosi spazi privati e pubblici come The Australian Centre of the Moving Image, Melbourne; The International Association of Empirical Aesthetics, New York; e The Autonomous Biennale, a Venezia. Le sue ricerche sono state pubblicate nella rivista Academia Letters e negli atti dell’AIEA di New York e Vienna.

Francesco Meloni (Italia, 1973) vive tra Cagliari e Milano. Artista poliedrico, utilizza le metafore architettoniche per descrivere la frattura insita nel rapporto tra uomo e natura e per capire il modo in cui la realtà ci appare e ci influenza, descrivendo le dinamiche di classe attraverso il richiamo al cantiere e all’edificio tout court. Il cemento, elemento costitutivo della realtà urbana e strumento della selvaggia trasformazione di natura e paesaggi, diventa per Meloni il materiale più adatto a rappresentare la spaccatura tra uomo e natura e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Attualmente in residenza presso Viafarini, L’artista ha esposto in numerose mostre personali e collettive, tra cui: #11B Architetture umane, a cura di Camilla Mattola, Artecircuito, Sassari; #11B Block Party, Studio LI-XI, Cagliari, 2016; Catching Fluidity , Tiscali Campus, Cagliari, 2012; è inoltre vincitore di diversi premi, tra cui: Biennale di Firenze 2011, Nocivelli Prize, 2014; finalista per Exibart Prize, 2020; Combat Prize, 2012/2013/2014; Yicca Prize, 2013.

Sabrina Milazzo (1975, Torino) è diplomata in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Torino. La sua pratica artistica attinge a immaginari comuni, come personaggi delle fiabe Disney, sottoposti ora a processi di decostruzione. Il loro aspetto è congelato nel mezzo di un processo di trasformazione e scioglimento, manifestando la fine dell’incanto e delle illusioni che abitano l’infanzia. Ha partecipato a fiere nazionali e internazionali tra cui MiArt, ArteFiera Bologna e Context ArtMiami. Nel 2011 ha partecipato alla 54° Biennale di Venezia, Padiglione Italia a Torino e nel 2013 il suo lavoro è stato presentato ad Art Stays, Festival Internazionale di Arte Contemporanea a Ptuj in Slovenia.

Giulio Zanet (1984, Colleretto Castelnuovo, Torino) vive e lavora tra Milano e Correggio (RE). La sua ricerca artistica documenta momenti e riflessioni dell’esistenza quotidiana, mettendo in atto processi di astrazione. Idee e forme del mondo, che reiterano meccanismi esperienziali, sono realizzabili attraverso la pittura. L’artista plasma così forme riconoscibili, soggette a poliedriche interpretazioni, evidenziando l’impossibilità di oggettivare l’emozioni.
Tra le mostre personali, ricordiamo: Some Place, Traffic Gallery, Bergamo, 2021; Una gita fuori porta, Apocryphalgallery, Roma, 2020; La vita è un passatempo, Adiacenze, Bologna, 2019; Shapestorming, Casa della Cultura I. Calvino, 2018.
Tra le mostre collettive, ricordiamo: Altrimenti anche niente, Rehearsal, Milano, 2021; 40 days, a cura di Mattia Lapperier, QuasiQuadro, Torino, 2021; Hole, Adiacenze, Bologna, 2021; Way Out, La Grange Art Gallery, La Grange FR, 2020; Noccioline, a cura di Yellow, Matteo Nuti Studio, Bientina, 2020; Tuttifrutti, stecca 3.0, Milano, 2019; Generation Y, Frankfurter Westend Galerie, Frankfurt, DE, 2019.
E’ infine vincitore di diversi premi, tra cui: Premio Cairo, 2017; Premio Lissone, 2012; finalista per il Premio Combat (2009).