Avevamo lasciato Odoacre al problema di dover spartire tra i suoi soldati un terzo delle terre, o un terzo della rendita che queste garantivano, la questione non è chiara. Il nostro buon generale erulo è probabile che si trovi di fronte agli stessi problemi incontrarti da Asterix, quando, nel film “Le dodici fatiche di Asterix”, vaga per i palazzi romani alla ricerca del Lasciapassare A/38. Roma infatti è decaduta sotto tutti i punti di vista (edifici, strade, esercito…), ma se c’è una cosa che è rimasta praticamente intatta è la sua elefantiaca macchina burocratica.
Forse per ovviare al problema, invece di accontentarsi delle terre a disposizione, preferisce conquistarne di nuove, espandendo il suo dominio sino in Dalmazia, nel Norico (l’odierna Austria) e arrivando alla punta dello stivale.

L’effige di Tedorico il Grande su una moneta d’epoca

Regge le sorti della Penisola per una dozzina d’anni fino a quando, nell’agosto del 489 d.C., ecco arrivare gli Ostrogoti, ai quali i Bizantini, anche e soprattutto per toglierseli dai piedi, hanno deciso di “regalare” l’Italia.
A guidarli è un uomo destinato a lasciare il segno, Teodorico, il quale sconfigge Odoacre, che ora si fa chiamare Rex Germanorum, prima sull’Isonzo e poi a Verona. L’erulo scappa a Ravenna, l’ostrogoto non lo insegue e preferisce raggiungere Mediolanum. Qui l’invasore si imbatte in un altro erulo, il generale Tufa, che invece di difendere la città, gli si sottomette, gli giura fedeltà e viene perciò spedito ad assediare la capitale sulle rive dell’Adriatico.
Una volta giunto lì, tuttavia, costui cambia di nuovo bandiera e torna dalla parte di Odoacre.
“Se vuoi una cosa fatta bene, fattela da solo” forse pensa Teodorico mentre mette sotto assedio Ravenna, che però cade solo all’inizio del 493: Odoacre e i suoi familiari vengono massacrati alla fine di un banchetto di finta riappacificazione.
Ecco la mirabile sintesi che Montanelli e Gervaso, nella loro “Storia d’Italia”, fanno di quel periodo e che può fornirci un utile quadro di quali fossero le condizioni in cui versava pure il nostro territorio alla fine del V secolo:
“La conquista della Penisola era durata in tutto cinque anni: gli eserciti avevano desolato le campagne, spianato le città, trucidato gli abitanti. Ma oltre che dalla guerra la popolazione era stata falciata dalle carestie, dalle pestilenze e dagli immancabili cataclismi naturali.
Lo storico Ennodio racconta che la fame uccideva chi sopravviveva alla spada. Odoacre non aveva governato né meglio né peggio dei suoi predecessori. Non aveva costruito nulla e nulla aveva distrutto. Aveva conservato l’Italia come l’aveva trovata: una terra di rapina e di conquista alla mercé di tutti. Con Teodorico molte cose cambiarono e la situazione migliorò.”

In effetti con il barbaro Teodorico, un po’ alla volta e non senza sforzi, la situazione migliora. Il re degli Ostrogoti olia i meccanismi della macchina amministrativa romana e divide l’Italia in diciassette provincie, governate da altrettanti Presidi, che rispondono tutti al Prefetto del Pretorio, il quale a sua volta rende conto al sovrano.

Il generale Belisario raffigurato in un mosaico

Le provincie di frontiera, ed è assai probabile che il territorio varesino rientri in una di queste, sono invece affidate a dei Conti, ovvero Generali con dimostrate capacità militari, in grado di difenderle da possibili attacchi esterni.
I Goti, a differenza di altre popolazioni germaniche, sembrano adattarsi alla vita stabile e, abbandonando il loro consueto nomadismo, si rivelano discreti agricoltori, anche se, per precisa scelta del loro re, non si integrano con le popolazioni locali.

Nell’ultimo periodo della sua vita Teodorico soggiorna spesso a Ticinum, l’attuale Pavia, forse anche nel vano tentativo di ribadire il proprio distacco dagli intrighi dei Bizantini, i quali, dopo avergli spianato la strada per la conquista dell’Italia, ora paiono intenzionati a riprendersela.
In questo loro intento, anche se quasi sempre in modo occulto, sono spalleggiati dalla Chiesa di Roma, che, proprio grazie alle riforme attuate dal re goto, ha visto gradualmente erodere il proprio potere, anche a livello locale.
Teodorico muore all’età di 72 anni, il 30 agosto del 526, spianando di fatto la strada alla riconquista della Penisola da parte dell’esercito di Costantinopoli.
La guerra gotico bizantina comincia nel 535 e dura la bellezza, per modo di dire, di diciotto anni, causando più danni all’Italia di quanti non ne abbiano provocati tutte le invasioni barbariche messe insieme nei secoli antecedenti. I contrasti tra i due generali al comando dei Greci, Belisario e Narsete, il primo caro all’imperatore Giustiniano, il secondo all’imperatrice Teodora, producono disastri inimmaginabili, primo fra tutti la distruzione di Mediolanum, l’attuale Milano, e lo sterminio dei suoi trentamila abitanti.

Anche il nostro territorio non scampa alle devastazioni.

A Castrum Sibrii o Severum (oggi Castelseprio), un presidio romano attivo già dal quarto secolo per fronteggiare le invasioni da nord, esistono tracce di un grande incendio, che potrebbe averlo danneggiato, del tutto o in parte, proprio in questo periodo.
Alla fine, dopo alterne vicende, nel 553 sono i Bizantini a spuntarla. Già, ma a quale prezzo? Ce lo dice lo storico Procopio:
“…andavano sui monti a raccogliere ghiande per farne un surrogato del pane. Quelli che si ammalavano diventavano pallidi e smunti, la pelle si induriva e si contraeva sulle ossa. Le loro facce assumevano un’espressione stupefatta, gli occhi si dilatavano in una specie di spaventosa follia. Alcuni morivano per aver mangiato troppo, quando trovavano cibo. I più erano talmente dilaniati dalla fame che, se vedevano un ciuffo d’erba, si precipitavano a sradicarlo.”

3-La viabilità della Lombardia nord occidentale nel VI secolo d.C.

Roma, che nel periodo augusteo ospitava un milione di persone, ora non ha più di quarantamila abitanti. Dalle Alpi fino alla punta meridionale della Sicilia forse non ne restano neanche quattro milioni.
Lasciamo un attimo le vicende storiche e occupiamoci  di geografia o, meglio, di viabilità locale. Come si può vedere dalla figura 3, tutto l’alto corso dell’Olona è di fatto escluso dalle principali strade che collegano Mediolanum agli altri importanti centri della zona.
Le direttrici che conducono verso nord e verso nord ovest transitano lungo l’attuale strada statale del Sempione.
La situazione cambierà solo intorno all’ottavo secolo, quando a nord di Legnano, nell’attuale Castellanza, verrà dato nuovo lustro a una strada che collega l’odierna statale del Sempione a Castelseprio, centro del quale abbiamo già parlato e che avrà un ruolo fondamentale nella storia di tutta la Lombardia.
Tale strada (figura 4) , che lambisce il lato occidentale della Valle Olona, passando per Cairate, recherà maggiori benefici al paese di Olgiate, destinato a divetare sede di una Pieve.

4- La viabilità della Lombardia nord occidentale nel VII e VIII secolo d.C.

Torniamo ai nostri Bizantini, che però a quei tempi non venivano chiamati così, ma Romani d’Oriente, Romei oppure, non senza una nota dispregiativa, Graeculi.
L’hanno spuntata sui Goti, è vero, ma si ritrovano padroni del nulla. Provano a rimettere in piedi la loro macchina amministrativa, ma non hanno le capacità e neppure le risorse per migliorare la situazione economica. La circolazione di moneta è quasi sparita: non solo nelle campagne, ma perfino nelle città, si torna al baratto. Con un misero prelievo fiscale, che oltretutto si basa in modo prevalente sui magri prodotti della terra, non è possibile far funzionare uno Stato degno di tal nome.
Come se non bastasse, sul nord della penisola incombe una nuova minaccia, quella dei Franchi, un’altra gens germanica, divenuta molto potente e che, approfittando della situazione di debolezza imperiale, torna ad affacciarsi al di qua delle Alpi. È proprio il caso di dire “torna”, perché questi ferocissimi guerrieri biondi, già nel 539, approfittando della guerra in corso, erano venuti a trovarci, lasciando anche nelle nostre prealpi i consueti souvenir: villaggi saccheggiati e dati alle fiamme, raccolti razziati, uomini uccisi e donne stuprate.
Questa volta i Bizantini, consapevoli dei propri oggettivi limiti militari, per tenere in vita il loro dominio preferiscono tornare a un loro collaudato sistema, che in fondo ha sempre funzionato e per secoli ancora funzionerà: la trattativa. Che si svolga alla luce del sole, o più spesso nell’ombra, la diplomazia bizantina, divenuta proverbiale e malfamata al tempo stesso, quasi sempre produce i suoi risultati. I Franchi, da potenziali nemici, vengono presto trasformati in preziosi alleati e in questo ambiguo ruolo andranno ad affrontare uno dei periodi cruciali della storia italiana.

Alessandro Cuccuru