Legnano – Ci sono mostre che raccontano un percorso artistico e altre che, attraverso le opere, finiscono per raccontare una persona. “Espansioni”, la personale di Vittoriano Ferioli allestita nel suo Atelier di piazza San Magno, appartiene alla seconda categoria. È un viaggio dentro la memoria dell’artista, ma anche dentro quel territorio più indefinito fatto di incontri, oggetti, letture, immagini e persone che, magari senza saperlo, hanno contribuito a costruire il suo sguardo.
Il titolo contiene già una dichiarazione d’intenti. Ferioli parla di un andare “fra pieghe intime e campi colorati”: le pieghe sono quelle della memoria, delle emozioni, delle esperienze personali; i campi colorati sono invece lo spazio nel quale quelle esperienze prendono forma e diventano materia artistica.
In “Espansioni” l’artista non costruisce una galleria di riferimenti per dimostrare le proprie influenze. Li mette in campo come presenze, quasi fossero persone incontrate lungo il cammino. Alcune sono entrate nella sua vita reale, altre attraverso le opere, altre ancora attraverso i libri. Il risultato è una sorta di autobiografia per frammenti, nella quale il ricordo personale e la storia dell’arte finiscono per sovrapporsi.
C’è, per esempio, Borek Šípek, designer e architetto ceco, che Ferioli sente vicino attraverso un oggetto quotidiano: una poltrona acquistata molti anni fa sul lungolago di Como dopo averla ammirata sulle riviste di architettura. Quella poltrona non è soltanto un pezzo di design. È diventata una presenza domestica, una sedia da lavoro, e dunque un oggetto capace di accumulare tempo, gesti e memoria.
Poi c’è Gino Bandera, artista legnanese e operaio alla Franco Tosi, figura che Ferioli porta nella mostra con una particolare partecipazione. La sua storia mette in contatto il lavoro e la necessità con quella dimensione creativa che, secondo il racconto dell’artista, continuava a correre in un’altra direzione. È uno degli incontri più intimi di “Espansioni”, perché racconta l’arte non come mestiere separato dalla vita, ma come qualcosa che può sopravvivere anche dentro una quotidianità apparentemente distante dai circuiti artistici.
E poi arrivano i grandi maestri: David Hockney, Jean-Michel Basquiat, Henri Matisse, Keith Haring e Giorgio Morandi. Nomi molto diversi tra loro, linguaggi lontani, sensibilità difficilmente sovrapponibili. Eppure tutti accomunati, nel racconto di Ferioli, dalla capacità di avergli lasciato qualcosa.
Non si tratta dunque di una mostra sulle citazioni, ma sulle tracce. Ogni artista sembra rappresentare una possibilità dello sguardo: il colore, il segno, la materia, la sintesi, la provocazione, la capacità di trasformare un frammento di realtà in qualcosa di nuovo. Ferioli li attraversa senza rinunciare alla propria identità, lasciando che quelle suggestioni entrino nel suo personale campo di gioco.
Ed è proprio il colore uno degli elementi che accompagna il visitatore dentro questo percorso. Un colore che non ha soltanto una funzione decorativa, ma diventa linguaggio, ritmo, superficie sulla quale depositare pensieri e riferimenti. La formazione grafica di Ferioli rimane percepibile, ma viene continuamente contaminata dalla pittura, dall’ironia e da una componente narrativa che porta le opere a dialogare con la vita quotidiana.
L’ultimo incontro è forse il più difficile da attraversare.
È quello con Batool Abu Akleen, giovanissima poetessa palestinese che Ferioli non ha mai conosciuto personalmente e che ha incontrato, per così dire, attraverso la voce della traduttrice Cristina Viti. La sua presenza sposta improvvisamente il baricentro della mostra. Dopo il design, gli artisti amati, le amicizie e i ricordi, entra nella stanza la realtà della guerra.
La poesia di Abu Akleen diventa così una ferita aperta dentro il percorso di “Espansioni”. Non più soltanto memoria personale, ma memoria collettiva. Non più soltanto ciò che ha contribuito alla formazione dell’artista, ma ciò che lo interroga nel presente.
È un passaggio che impedisce alla mostra di chiudersi in una dimensione esclusivamente autobiografica. Ferioli parte da sé, dalle proprie “insenature”, ma poi lascia che il mondo entri dentro quelle stesse pieghe.
E forse è proprio questo il senso dell’“espansione” evocata dal titolo: partire dall’intimo per andare verso l’esterno, trasformare ciò che ci ha toccato in una nuova forma e lasciare che l’arte continui a essere un luogo di incontro.
La mostra è aperta fino a domenica 27 settembre, orari: venerdì 15–19; sabato e domenica 10.30–19.









