Comabbio – Il paesaggio come luogo della memoria e della trasformazione, spazio fisico ma anche mentale, capace di riflettere mutamenti interiori e collettivi. È attorno a questo tema che si sviluppa Percorsi nel paesaggio, la mostra che la Sala “Lucio Fontana” dedica a Giancarlo e Giovanni Cerri, padre e figlio, protagonisti di una ricerca che attraversa oltre sessant’anni di arte italiana.
Curata da Massimo Cassani e Giovanni Cerri, con introduzione in catalogo di Luigi Codemo, l’esposizione in apertura dal 20 giugno, riunisce una trentina di opere che mettono a confronto due modi differenti di osservare e interpretare il mondo. Da una parte il paesaggio naturale, filtrato attraverso la sensibilità poetica di Giancarlo; dall’altra quello urbano e periferico che da sempre costituisce il terreno di indagine di Giovanni.
La mostra non si limita a raccontare una vicinanza familiare, ma costruisce un vero dialogo tra due generazioni e due esperienze artistiche autonome. Nei lavori di Giancarlo il paesaggio nasce da un rapporto profondo con la pianura lombarda e con i luoghi della memoria. Fiumi, cascine, cortili e campi diventano protagonisti di una pittura che nel corso del tempo si allontana progressivamente dalla descrizione per raggiungere una sintesi sempre più essenziale. Dalle vedute degli esordi alle celebri Sequenze degli anni Novanta, il suo percorso testimonia una costante ricerca di equilibrio tra colore, ritmo e struttura.
L’astrazione rappresenta il punto d’approdo di una vicenda artistica segnata anche da prove difficili. Dopo l’abbandono della pittura causato da una grave patologia visiva, Giancarlo Cerri è riuscito a tornare al lavoro sviluppando un linguaggio ancora più rigoroso e concentrato, nel quale la geometria e la forza del colore assumono un ruolo centrale. Le opere degli ultimi anni conservano la memoria del paesaggio senza più rappresentarlo direttamente, trasformandolo in pura energia visiva.
Se Giancarlo guarda alla natura e ai suoi ritmi profondi, Giovanni Cerri concentra invece l’attenzione sugli spazi della contemporaneità. Le sue periferie, le aree industriali dismesse, i quartieri marginali e le architetture abbandonate raccontano una città in continua mutazione. Non si tratta però di una semplice documentazione del reale. Nei suoi dipinti il paesaggio urbano assume spesso una dimensione visionaria, attraversata da presenze enigmatiche e da atmosfere sospese tra memoria e immaginazione.
Particolarmente significativa è la ricerca sviluppata negli ultimi anni, in cui la natura torna a occupare gli spazi lasciati vuoti dall’uomo. Edifici invasi dalla vegetazione, strade sommerse e scenari post-industriali diventano immagini di un possibile futuro, oscillando tra inquietudine e rinascita. Un tema che trova eco nelle più recenti riflessioni sull’ambiente e sulle trasformazioni del paesaggio contemporaneo.
Il confronto tra padre e figlio rivela così inattese affinità. Pur muovendosi lungo strade differenti, entrambi concepiscono il paesaggio come uno strumento di conoscenza, un luogo attraverso cui interrogare il rapporto tra individuo e mondo. Natura e città, memoria e presente, figurazione e astrazione si intrecciano in un dialogo che restituisce la complessità di due percorsi artistici distinti ma profondamente connessi.
L’inaugurazione con concerto è in programma sabato 20 giugno alle 18 con performance musicale del gruppo indie rock Southbound: Matteo Pauri, chitarra – Monica Pegorari, basso Mauro Cea, batteria con Anna Bazueva, flauto. Orari di apertura mostra: sabato e domenica 10.30-12.30 – 16-18.30. Fino al 28 giugno.









