{"id":43931,"date":"2018-03-31T13:25:35","date_gmt":"2018-03-31T11:25:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.artevarese.com\/?p=43931"},"modified":"2018-04-06T06:00:06","modified_gmt":"2018-04-06T04:00:06","slug":"tra-luce-e-buio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.artevarese.com\/tra-luce-e-buio\/","title":{"rendered":"Tra luce e buio"},"content":{"rendered":"

Gazzada, Varese – A Villa Cagnola si approda alla fine di un percorso attraverso un\u00a0 paese, Gazzada, immerso nel silenzio della campagna. I rintocchi delle campane e i suoni della natura riportano a un tempo antico. L\u2019incontro col restaurato Cristo alla colonna<\/em> avviene dopo una breve salita in collina.<\/p>\n

Ancora prima di imbattersi nell\u2019opera ripristinata, la incontriamo nei discorsi di chi l\u2019ha voluta e accudita. Dalle parole di Mons. Eros Monti<\/strong>, direttore della Collezione Cagnola,<\/em> il Cristo alla colonna <\/em>\u00e8 un dono<\/strong>. Riemerso dalle polveri del passato grazie al contributo del dott. Roberto Villa, il benefattore<\/strong> che ne ha resto possibile il restauro, il dipinto \u00e8 ora destinato a essere un\u2019opera fruibile da tutti.<\/p>\n

\"\"<\/p>\n

 <\/p>\n

\u00c8 Lucia Laita<\/strong>, la restauratrice che ha riportato in vita la piccola opera del XVI secolo, a descrivere la tavola<\/strong> come una sfida<\/strong>: \u201cAccanto agli effetti dello spontaneo movimento elastico del legno, materiale \u201cvivo\u201d, ho dovuto misurarmi con evidenti forzature alla sua struttura e al suo naturale movimento. Inoltre, mi sono imbattuta in diversi strati di impasti, a base di polveri vetrose, applicati a pi\u00f9 riprese: rimuoverli ha rischiato di compromettere l\u2019integrit\u00e0 del dipinto sottostante”.<\/p>\n

\"\"<\/p>\n

“Per fortuna, le tecniche di restauro nei secoli sono mutate a favore di modalit\u00e0 pi\u00f9 efficaci e meno invasive. – aggiunge la Laita – La tavola, sottile di spessore, ha patito sia interventi troppo energici che incuria, forse distrazione, come dimostra la bruciatura di candela sul lato sinistro dell\u2019opera\u201d.<\/p>\n

 <\/p>\n

Accanto a ritocchi pittorici che hanno finito per alterare l\u2019aspetto originario del dipinto, c\u2019\u00e8 stato spazio anche per belle sorprese<\/strong>: \u201cUna volta rimossa la patina di porporina dalla cornice, \u00e8 apparso uno spesso strato di foglia d\u2019oro<\/strong> rimasto pressoch\u00e9 intatto\u201d.
\nIl risultato brilla sotto gli occhi dei fortunati che hanno contemplato l\u2019opera durante l\u2019evento.<\/p>\n

Con evidenti influenze ascrivibili alla pittura emiliana, la tavola \u00e8 attribuita a un anonimo lombardo attivo sul finire del Cinquecento<\/strong>. Acquistata dai Cagnola nella seconda met\u00e0 del XIX secolo, essa rispecchia in qualche modo anche quel clima culturale. Trascurata dalla critica, tanto da essere relegata in Appendice <\/em>all\u2019ultimo catalogo della Collezione Cagnola del 1998, il dipinto si rivela, invece, di grande interesse proprio per il suo carattere enigmatico e per il significato simbolico che lascia intuire.<\/p>\n

 <\/p>\n

La composizione di quest\u2019opera sacra \u00e8 stilisticamente opposta a quella delle icone. Le figure infatti, qui chiare, si stagliano su uno sfondo scuro anzich\u00e9 dorato.
\nLa luce<\/strong>, uno degli elementi del dipinto a colpire di pi\u00f9, si diffonde nel centro della tavola attraverso il<\/strong> corpo di un Cristo sanguinante, ma sereno in volto.<\/strong> Alle sue spalle, nell\u2019oscurit\u00e0, si scorge un braciere.<\/p>\n

Andrea Bardelli<\/strong>, curatore della collezione, tiene a precisare che: \u201cA partire da questo elemento abbiamo voluto inserire in allestimento un\u2019opera fotografica di Christian Cremona<\/strong>, che raffigura una sorgente luminosa \u2013 Il titolo dell\u2019opera \u00e8 Esh, fuoco<\/em> in ebraico”.<\/p>\n

\"\"<\/p>\n

 <\/p>\n

“Il lavoro di Cremona, nato indipendentemente dalla tavola, riprende ed amplifica la figura del braciere. Il fotografo \u00e8 interessato alla possibilit\u00e0 di domare la luce attraverso l\u2019apparecchio fotografico<\/strong>, con la gestualit\u00e0 di uno scultore e l\u2019idioma di un pittore\u201d.<\/p>\n

 <\/p>\n

\"\"<\/p>\n

Collocato in una stanza immersa in penombra, il Cristo alla colonna <\/em>\u00e8\u00a0 illuminato da un semplice faretto e mantenuto alla temperatura ottimale per la sua conservazione. Affiancato da due placchette bronzee raffiguranti la\u00a0 Flagellazione<\/em>, opere l\u2019una de Il Moderno<\/em> (XV e XVI secolo) e l\u2019altra di fattura spagnola o fiamminga del XVII secolo, il Cristo alla colonna<\/em> riporta al clima della Passione. Comune alle tre opere, infatti, \u00e8 la presenza di un flagellatore <\/em>intento a legare un fascio di verghe. Tassello di un percorso di arte e fede, l\u2019opera obbliga a un esercizio di contemplazione.<\/p>\n

 <\/p>\n

Secondo Don Romano Martinelli, il volto del Cristo <\/em>sembra chiederci con quali occhi lo guardiamo, se con quelli del flagellatore o i nostri: <\/strong>\u00a0\u201dIl pittore ha dipinto il proprio sogno su Dio. Alla domanda \u2018Chi dite che io sia? \u2019 ha risposto con la vulnerabilit\u00e0 di Dio che si lascia ferire per amore\u201d.
\nL\u2019umanit\u00e0 del Cristo alla colonna<\/em>, depredata di ogni dignit\u00e0, diventa un dono.<\/p>\n

Michela Sechi<\/p>\n

\n