{"id":33937,"date":"2016-10-07T11:59:17","date_gmt":"2016-10-07T11:59:17","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-10-13T14:06:34","modified_gmt":"2016-10-13T14:06:34","slug":"legni-preziosi-alla-pinacoteca-zst","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.artevarese.com\/legni-preziosi-alla-pinacoteca-zst\/","title":{"rendered":"“Legni preziosi” alla Pinacoteca Z\u00fcst"},"content":{"rendered":"
E' Mario Botta a firmare l'allestimento della raffinatissima esposizione<\/strong> che la Pinacoteca Züst di Rancate dedica alla scultura lignea. Il grande architetto ha studiato, a titolo completamente gratuito, ogni dettaglio affinché il visitatore sia immerso in un'atmosfera suggestiva e solenne, in cui la sacralità delle immagini esposte risulta pienamente valorizzata.<\/div>\n
La mostra presenta una carrellata di sculture in legno dal XII al XVIII secolo<\/strong> – Madonne, Crocifissi, Compianti, busti, polittici scolpiti e persino un Presepe – provenienti da musei, chiese e monasteri del territorio ticinese, dove questi autentici capolavori sono stati oggetto di devozione e ammirazione per secoli.<\/p>\n

Da sempre il legno rappresenta uno dei mezzi più disponibili ed economici, anche perché di facile trasporto, attraverso i quali l'uomo cerca un contatto con la sfera del sacro. Questa caratteristica ha fatto, per troppo tempo, scambiare questa produzione per semplice artigianato o "arte popolare". In realtà gli studi degli ultimi decenni hanno posto in risalto da un lato la diffusione delle sculture lignee, e dall'altro il livello spesso altissimo della loro elaborazione formale.<\/p>\n

Per quanto riguarda il territorio ticinese, si tratta infatti di testimonianze di una tradizione artistica che raggiunse spesso vertici europei<\/strong>, realizzate degli stessi artisti attivi a Milano e nelle altre città dell'attuale Lombardia, ma anche nelle regioni oggi conosciute come Piemonte, Liguria, Romagna.<\/div>\n

Le opere giungono in mostra dopo essere state oggetto di una revisione e talvolta di restauri eseguiti grazie all'importante collaborazione dell'Ufficio dei beni culturali del Cantone Ticino.<\/div>\n
La rassegna è organizzata dalla Pinacoteca Züst e curata da Edoardo Villata<\/strong>, che è stato affiancato da un gruppo di lavoro formato da studiosi svizzeri e italiani: Lara Calderari, Laura Damiani Cabrini, Matteo Facchi, Claudia Gaggetta, Anastasia Gilardi, don Claudio Premoli, Federica Siddi. Le rilevanti novità critiche stimolate dagli studi condotti sono confluite nel catalogo interamente illustrato che accompagna l'esposizione.<\/div>\n
Le sezioni della mostra<\/strong><\/div>\n
I. Il Medioevo<\/strong><\/div>\n
La rassegna si apre con una sezione dedicata alle testimonianze lignee di epoca medievale. Per tale congiuntura si vuole offrire per la prima volta una visione d'insieme, grazie a un nucleo di sculture, tutte provenienti da chiese e musei del territorio, che copre un arco cronologico che va dal tardo XII secolo ai primi del XV. L'eterogeneità degli intagli esposti dà conto della peculiare situazione artistica delle terre ticinesi, a metà strada, sia geograficamente sia culturalmente, tra la Lombardia – a cui erano legate dal punto di vista politico ed ecclesiastico – e il mondo d'Oltralpe. La varietà di proposte è dunque una precisa caratteristica di quella che è, a tutti gli effetti, un'area di frontiera.<\/div>\n
II. Il Rinascimento<\/strong><\/div>\n
La sezione successiva si concentra sull'epoca rinascimentale, quando la scultura lignea nelle terre ticinesi è nei fatti tutt'uno con quella del Ducato di Milano, al quale l'attuale Canton Ticino appartenne fino al 1513, ma anche dopo il passaggio sotto la dominazione svizzera non si assiste a particolari cambiamenti: gli artisti sono spesso gli stessi attivi a Milano e nel comasco. Così ad esempio la bottega dei fratelli Giovan Pietro e Giovanni Ambrogio De Donati esegue l'ancona di Ponte Capriasca, di cui sopravvive la centrale statua di Sant'Ambrogio, qui esposta (cat. 12), e lavora anche a Giornico, dalla cui parrocchiale provengono presumibilmente i due Angeli oggi nel locale Museo (cat. 13). Anche la Madonna di Loreto, proveniente da Bellinzona (cat 10), e il Crocifisso di Locarno (cat. 14), si collocano nel solco di una bottega milanese, quella di Giacomo del Maino, l'intagliatore che eseguì nel 1481 l'ancona che ospitava, in San Francesco a Milano, la Vergine delle rocce di Leonardo. <\/p>\n

Pare possibile rilevare a grandi linee una differenziazione geografica: l'area del Lago Maggiore guarda verso la Diocesi di Novara, mentre il Sottoceneri si volge in modo specifico al contesto milanese e comasco. Si tratta sempre di opere di importazione, regola a cui non sfuggono anche le due incantevoli e così diverse tra loro Madonne qui esposte (catt. 15 e 16). <\/p>\n

Il secondo Cinquecento appare invece ancora molto lacunoso. Si getta qui una sonda proponendo di legare al nome di Battista da Corbetta il notevole Cristo portacroce della chiesa della Madonna di Loreto a Lugano, verso il 1560 (cat. 17). <\/p><\/div>\n


III. Opere tedesche al tempo della Riforma<\/strong><\/div>\n
Molto interessante anche la presenza nel Ticino, e quindi in mostra, fino a tutto il Cinquecento, di opere di produzione tedesca, con spettacolari polittici scolpiti e dipinti: Un fenomeno quantitativamente importante che conosce anche punte di qualità particolarmente alta, come l'imponente altare a sportelli di Monte Carasso, le cui sculture appartengono oggi al Landesmuseum di Zurigo (cat. 18). <\/p>\n

Le opere todische appaiono concentrate nelle valli settentrionali, Leventina, Blenio, Riviera: aree in cui è testimoniata la presenza di immigrati tedeschi.
La maggiore economicità di produzione e di trasporto e l'abbondanza di materia prima rendono agevole e conveniente l'importazione di manufatti in legno. Gli altari tedeschi sono poi spesso formati con sculture di esecuzione seriale ancorché raffinata, che potevano anche essere esposte ed acquistate nelle fiere, scegliendo i santi che si volevano per la propria chiesa.<\/p>\n

Con l'affermarsi della Riforma nei cantoni tedeschi si assiste a un periodo di transizione. Opere a rischio di iconoclastia vengono rimosse dalle chiese per cui erano state originariamente realizzate e talvolta vendute nelle aree italofone rimaste fedeli alla Chiesa di Roma (è il caso della Pietà di Claro, cat. 19) e artisti ormai senza futuro in patria emigrano verso sud, nei baliaggi cattolici. <\/p>\n

IV. Il Seicento<\/strong><\/div>\n

La stagione delle ancone tedesche volge ormai al termine: le nuove prescrizioni liturgiche ispirate o imposte da Carlo Borromeo relegheranno spesso questi arredi in chiese e oratori campestri, quando non le elimineranno del tutto, per far posto a manufatti più rispondenti alle rinnovate esigenze.
Nuovi oggetti vengono concepiti e realizzati, dai confessionali ai cibori monumentali. L'organizzazione del consenso e la fidelizzazione avvengono anche attraverso immagini ripetute in modo quasi ossessivo: tra queste sicuramente la Madonna del Rosario (o quelle del Carmine e della Cintura, derivate sostanzialmente dalla stessa iconografia), esemplate sulla Madonna dell'albero esistente nel Duomo di Milano, e presso il cui altare Carlo Borromeo costituisce la Confraternita intitolata appunto alla Madonna del Rosario. Non sarà forse un caso che i primi esemplari noti in Ticino di questa tipologia siano milanesi (Arzo, circa 1610, cat. 21).<\/p>\n

L'iconografia conosce una diffusione vastissima, e anche in area ticinese ne rimangono molte versioni, di varia qualità. Forse milanese è anche quella di Agno (cat. 26), del 1663 circa, che sembra creare una prima variazione pur all'interno di una iconografia che rimane riconoscibile. Qualche timido segnale di rinnovamento lo fornisce la bella Madonna del Rosario di Mendrisio (cat. 29), ancorata a un documento del 1694. <\/p>\n

Analoga diffusione, nonostante si tratti di manufatti complessi e costosi, fu conosciuta lungo tutto il Seicento dai monumentali tabernacoli d'altare, in cui spicca il ruolo di botteghe della Val d'Ossola e del Comasco.
Lungo tutto il XVII secolo si conferma la costante della scultura in legno come prodotto in gran parte da importazione. Talvolta anche dall'estremo sud, come è il caso delle statue di Stabio (ma provenienti da Como), del cappuccino calabrese Diego da Careri (cat. 24) o del Crocifisso di Castel San Pietro, attribuibile al confratello e compaesano Giovanni da Reggio. <\/div>\n

V. Il Settecento<\/strong><\/div>\n
Nel Settecento, non si può sottovalutare l'arrivo nel vicino comasco delle opere appartenute a Ercole Ferrata, protagonista della scultura a Roma: i suoi modelli di bottega, i calchi, i bozzetti, costituiscono un materiale di prima mano che offre un affaccio sul mondo di Alessandro Algardi e Melchiorre Cafà. <\/p>\n

Possiamo renderci conto della portata di tale sollecitazione tornando a interrogare la sempre richiestissima iconografia della Madonna del Rosario. In mostra si potrà esaminare da vicino la bella statua di San Biagio a Ravecchia (a rigore Madonna del Carmine: cat. 32). Il panneggio, finora piuttosto severo e compassato, si anima di colpo, come sferzato da una improvvisa e violenta folata di vento, le movenze della Madonna e del Bambino appaiono più disinvolte e scattanti. Non si tratta di casi isolati, dal momento che la stessa impostazione del tema si trova diffusa su scala molto ampia, dalla Lomellina al Piemonte sabaudo. Molto probabile che l'origine di questa fortunatissima variazione sia da ricercare proprio nella Madonna lignea di Ercole Ferrata, oggi al Museo Diocesano di Scaria di Intelvi.<\/p>\n

Tra le vie "locali" al rinnovamento della scultura lignea assume sicuramente un ruolo importante Andrea Albiolo (di cui in mostra è esposta la Immacolata di Canobbio, del 1735; cat. 33). <\/p>\n

Nel frattempo, nuove istanze stilistiche sembrano prendere piede. In particolar modo conosce una qualche fortuna la scultura genovese. All'ambiente ligure va ricondotto ad esempio il San Giovanni Battista di Solduno, dono del 1758 da parte degli emigrati a Genova, e il mobilissimo, fremente San Vincenzo Ferrer di Vacallo (cat. 36).<\/p>\n

La rassegna si completa con lo straordinario Beato Angelo Porro di Mendrisio (cat. 35), statua vestita di impressionante iperrealismo, per il quale si ipotizza una origine romagnola intorno al terzo decennio del Settecento. Esso rappresenta la tipologia delle statue vestite (manichini di cui venivano modellate con cura solo le parti destinate a essere viste, solitamente la testa, le mani e talvolta i piedi, mentre il resto veniva ricoperto da abiti veri), di cui esiste ancora in Ticino qualche esemplare settecentesco; caratterizzato da uno sbalorditivo virtuosismo nel lavoro del legno, è in aperta ed esplicita competizione con il realismo epidermico della scultura in cera.<\/p>\n

Conclude il percorso il divertente Presepio di Giornico (cat. 37), opera creata per accumulo, dal nucleo todischo di una Sacra Famiglia rinascimentale, poi ampliata tra Seicento e Settecento con pastori e angeli: perfetta sintesi della mostra.<\/p><\/div>\n

Servizi e approfondimenti nelle prossime edizioni <\/em><\/strong><\/p>\n
Legni preziosi<\/strong><\/div>\n
Sculture, busti, reliquiari e tabernacoli dal Medioevo al Settecento<\/strong><\/div>\n
16 ottobre 2016 – 22 gennaio 2017<\/div>\n<\/div>\n
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate (Mendrisio), Cantone Ticino, Svizzera<\/div>\n
Tel. +41 (0)91 816 47 91; decs-pinacoteca.zuest@ti.ch; www.ti.ch\/zuest <\/div>\n
Orari, prezzi e servizi:
Da martedì a venerdì: 9-12 \/ 14-18
Sabato, domenica e festivi: 10-12 \/ 14-18
Chiuso: il lunedì; 24, 25 e 31\/12
Aperto: 1\/11; 8, 26\/12; 1, 6\/01<\/div>\n
intero: CHF\/€ 10.-
ridotto (pensionati, studenti, gruppi): CHF\/€ 8.-<\/div>\n
Visite guidate su prenotazione anche fuori orario; bookshop; audioguide; parcheggi nelle vicinanze.
Si accettano Euro.<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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