{"id":20358,"date":"2010-01-07T03:45:57","date_gmt":"2010-01-07T03:45:57","guid":{"rendered":""},"modified":"2010-01-08T09:28:54","modified_gmt":"2010-01-08T09:28:54","slug":"arte-povera-un-pasto-estetico-difficile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.artevarese.com\/arte-povera-un-pasto-estetico-difficile\/","title":{"rendered":"Arte Povera, un \u201cpasto estetico\u201d difficile"},"content":{"rendered":"

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\"VittorioVittorio Matteo Corcos, "Sogni", 1896<\/span><\/div>\n

Le donne che leggono sono pericolose – <\/strong>Partiamo da questa frase che campeggia come titolo nel bel libro di Stefan Bollmann <\/strong>ed Elke Heidenreich.<\/strong> (Rizzoli Editore, con prefazione di Daria Bignardi). Attraverso riproduzioni di celebri dipinti e disegni, il volume racconta, in 150 pagine, la storia appassionante della lettura femminile dal Medioevo al XXI secolo.
"Fatti e fattoidi. Gli pseudo eventi nell'arte e nella società"<\/strong> è invece il titolo dello stuzzicante volume di Gillo Dorfles <\/strong>(Alberto Castelvecchi Editore, II edizione 2009). Che cosa siano i fattoidi<\/em>, Dorfles (che fu ospite a Varese nel 2007<\/strong> ad una indimenticabile tavola rotonda e che, il prossimo aprile, spegnerà cento candeline) lo chiarisce subito, nelle prime pagine. Si tratta di eventi travisati, camuffati, impoveriti o artificiosamente aumentati, per così dire "gonfiati". Sono gusti, pensieri, abitudini e, talvolta, opere d'arte nati sotto il segno dell'adulterazione e della contraffazione e, per questo, non più fatti, ma fattoidi<\/em>.<\/p>\n

Appassimento del contemporaneo –<\/strong> Da che parte penda <\/p>\n

\"GilloGillo Dorfles<\/span><\/div>\n

la bilancia del giudizio del noto filosofo e critico d'arte, si scopre subito: "…se guardiamo all'arte dei nostri tempi, scorgiamo una quantità di pratiche che sono dubbie. L'arte povera:<\/strong> degli sterpi, delle fascine che vengono presentate come opere d'arte; ma sono… degli sterpi e delle fascine. Bisogna inoltre aggiungere che oggigiorno l'opera d'arte spesso include e fa proprio quello che arte non è. [L'arte povera è stato] un movimento genuino degli anni Settanta<\/strong> basato sull'utilizzazione di materiali poveri e mirante a una sorta di ribellione contro l'arte mercificata e mercantile dell'epoca. Insomma una rivolta estetico-politica contro un'arte edonistica e mercantile. In un secondo tempo, purtroppo, è accaduto che queste stesse fascine e carbonelle siano state messe in vendita a prezzi assurdamente alti una volta divenute preda d'un circuito mercantile. Alla stessa stregua di quanto era accaduto a suo tempo con alcuni ready-made di Duchamp<\/strong>".
Il giudizio di Dorfles non è meno soffice con la Body<\/strong> Art<\/strong> <\/strong>di Gina Pane o di Vito Acconci: "Marina Abramovi\u010d oppure Orlan che si camuffano, che si fanno delle incisioni sul corpo per alterare la loro vera personalità ma senza acquisirne una nuova. E pensiamo anche alle strategie simulazionali di Damien Hirst<\/strong> o di Jeff Koons<\/strong>. Ebbene dobbiamo avere il coraggio di dire che si tratta di feticci, di artefattoidi, più che di opere d'arte".<\/p>\n

<\/p>\n

\"L'L' "opera" di Marc Quinn che,
com'era prevedibile, ha suscitato
un vespaio di critiche<\/span><\/div>\n

Le creazione dalle mani –<\/strong> L'analisi di Dorfles<\/strong> che passa anche in mezzo alla problematica questione della perdita della ritualità, punta al raggiungimento di un'unità smarrita da tempo: "Si assiste allora alla creazione di opere del tutto o parzialmente fallite per l'esagerata e fanatica volontà di raggiungere a tutti i costi una finalità estetica che è al di là della possibilità creativa dell'artista e che rimane impostata esclusivamente sull'impiego esacerbato di accorgimenti meccanici o elettronici (come sta accadendo in molte recenti esperienze di video e computer art<\/strong>, di realtà virtuale applicata all'arte, ecc., ma anche di musica elettronica), senza che gli stessi siano accompagnati da un'autentica carica creativa. Tale ipertelia domina molte opere recenti: accumulazioni d'oggetti trovati, di rifiuti meccanici, di coacervi oggettuali, spacciati per originali invenzioni fantastiche o per ammonitori segnali sociologici. Al pericolo di un'arte di retroguardia, depositaria d'una desueta tradizione, si contrappone così il pericolo d'una falsa avanguardia enfatizzata dalla scoperta snobistica, dall'adesione agli ultimi ritrovati tecnologici. (…) Attraverso il corpo e le cose "create dal corpo" (artigianato, musica, danza, teatro, ecc.) sarà forse possibile ritrovare quell'equilibrio tra etica ed estetica <\/strong>che altrimenti rischia di essere definitivamente infranto".<\/p>\n

Questione di tutela e… non solo<\/strong> – Di tutt'altro tenore è <\/p>\n

\""Le"Le radici del futuro"<\/span><\/div>\n

invece "Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale" <\/strong>a cura di Daniele Jalla, <\/strong>presidente di ICOM, International Council of Museums, Italia (Editrice CLUEB, collana MuseoPoli).
<\/strong>Il volume contiene la traduzione del testo di Hugues de Varine<\/strong>, uno tra i protagonisti del movimento della Nuova museologia, a capo dell'ICOM dal 1965 al 1976 e tra i padri fondatori degli ecomusei. Il target del libro è costituito dai decisori politici, dalle forze imprenditoriali, dagli operatori culturali, invitando gli uni e gli altri a tenere in diverso conto il patrimonio culturale.  <\/p>\n

Lex sed dura lex –<\/strong> Lo stesso Jalla certo non nasconde le sue riserve sul concetto di patrimonio culturale sancito da poco tempo nel "Codice dei beni culturali e del paesaggio". <\/strong>La critica maggiore si appunta sul fatto che il patrimonio culturale è "soggetto a norme diverse per natura e obiettivi, la cui responsabilità era – ed è – distribuita su più soggetti, in un intrico di competenze<\/strong> che ha fortemente limitato la coerenza complessiva dell'intervento pubblico. Anche restringendo il campo al patrimonio culturale e alle politiche di tutela in senso proprio, non è facile trarre un bilancio positivo della loro efficacia. L'impianto concettuale della normativa, pervicacemente confermato nella sua validità teorica e pratica, resta di fatto quello della tradizione preunitaria e pontificia, fondato com'è su un approccio sostanzialmente autoritario e passivo, costituito da un insieme di limitazioni nell'uso, nella modificazione, nell'alienazione, nell'esportazione dei beni, e privo del necessario correlato di azioni positive e di pubblico sostegno". <\/p>\n

<\/p>\n

\"ICOM\"ICOM<\/span><\/div>\n

Quel presidio territoriale che ci piace –<\/strong> Sia che voi concordiate oppure no con quest'analisi (ma grazie a Dio non è necessario condividere integralmente una tesi per apprezzarne il valore), va aggiunto che moltissimi sono gli spunti propositivi ben visibili in un libro che, oltre alle riflessioni teoriche, snocciola numerose indicazioni pratiche: "Hugues de Varine ci invita a considerare innanzitutto il ruolo delle persone che nel patrimonio culturale vivono, che abitano a fianco a fianco dei musei, dei monumenti, dentro il paesaggio proposto ai turisti. Di tutti coloro che, prima di esserne (eventualmente) utenti, ne sono innanzi tutto parte e che dovrebbero essere i primi a sentirsi protagonisti dei processi di tutela e valorizzazione di un patrimonio vissuto come "proprio". (…) Sono molte le ragioni che ostacolano, sul piano culturale e istituzionale, questa pur modesta "rivoluzione culturale", tesa a fare dei musei un presidio territoriale diffuso nella gestione delle politiche a favore del patrimonio<\/strong>, un punto di forza per la realizzazione di politiche locali integrate, armoniche, coerenti con le prospettive dello sviluppo. Un presidio tecnico reso forte dalla presenza diramata – certamente da potenziare e da qualificare – di competenze scientifiche e tecniche in grado di unire conoscenza, studio, conservazione, restauro, documentazione, ma soprattutto capacità di comunicazione e coinvolgimento… ".<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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