{"id":19404,"date":"2009-10-07T13:28:25","date_gmt":"2009-10-07T13:28:25","guid":{"rendered":""},"modified":"2009-10-14T03:53:33","modified_gmt":"2009-10-14T03:53:33","slug":"ecomostri-anche-varese-ha-il-suo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.artevarese.com\/ecomostri-anche-varese-ha-il-suo\/","title":{"rendered":"Ecomostri? Anche Varese ha il suo"},"content":{"rendered":"

<\/p>\n

\"LaLa monumentale facciata
del Grand Hotel<\/span><\/div>\n

Quando le chiediamo quanto tempo fa siano cominciate la sua indagine e la raccolta-dati sul Grand Hotel del Campo dei Fiori<\/strong>, Silvia Pogliano risponde che la ricerca è iniziata vent'anni fa, ossia quando è nata. Silvia, giovane studentessa di Filosofia, abita infatti molto vicino al Campo dei Fiori, e ha l'onore, ma in tal caso anche lo spiacevole onere, di vederne sfigurato l'aspetto tutte le mattine, aprendo la finestra. Sul suo blog http:\/\/tutelagrandhotelcdf.jimdo.com\/<\/em> si possono trovare molti documenti, informazioni e link di vario genere riguardanti il Grand Hotel varesino. Ma soprattutto si può sottoscrivere l'appello alla tutela di quello che è uno dei gioielli liberty più belli d'Europa<\/strong>, affacciato sullo stupendo panorama dei sette laghi e oggi in grave stato di degrado e abbandono.

Sul podio dei primati – <\/strong>Il noto complesso architettonico del Grand Hotel, firmato dall'architetto Giuseppe Sommaruga<\/strong>, si è tristemente candidato al trentesimo posto <\/strong>nella classifica del FAI per "I luoghi del cuore 2008"<\/strong>, che oltre a dar voce alle segnalazioni dei beni più amati in Italia per assicurarne un futuro, censisce le "brutture" della Penisola, i casi di abbandono, di demolizione, di modifiche non autorizzate degli immobili storici, le macchie – talvolta indelebili – dell'abusivismo e dell'edilizia selvaggia, i danni dei disboscamenti.<\/p>\n

Il motivo di tale triste piazzamento nella "hit-parade del <\/p>\n

\"LaLa selva di antenne e di ripetitori<\/span><\/div>\n

FAI"<\/strong> lo conoscono tutti. La selva di antenne e ripetitori, che da anni sono installati sul tetto del glorioso complesso residenziale, sfigurano la storica architettura e l'ambiente circostante che versano in pessimo stato conservativo.

Dall'abbandono… –<\/strong> Oggi, come tutti sappiamo, il complesso è visibile solo dall'esterno (ci assicurano, tuttavia, che all'interno sono ancora accatastati mobili e oggetti di ogni sorta, preziosi testimoni di un'epoca passata). Risalgono infatti all'immediato Dopoguerra la crisi, l'abbandono e la definitiva chiusura dell'immobile. Costruito tra 1907-1912, il grandioso edificio dell'Hotel (albergo, ristorante e stazione della funicolare) oltre a distinguersi per il suo complesso impianto planimetrico, si qualifica per gli infiniti e diversificati dettagli architettonici, vera summa dello stile liberty. Ed è un vero piacere perdersi nella trina di vegetali, racemi e volute scolpite nella pietra o realizzate forgiando il ferro battuto.
 
<\/p>\n

\"DettagliDettagli architettonici liberty dell'Hotel<\/span><\/div>\n

All'appello – <\/strong>"Il "buon posizionamento" raggiunto nella classifica del FAI – spiega Silvia Pogliano<\/strong> – mi ha dato la speranza che cercavo, ossia che forse il grande albergo non è poi così dimenticato dai suoi concittadini. Il FAI ha risposto al mio appello (pubblicato anche sul blog) concordando sulla denuncia dello stato in cui versa lo stabile e sul suo valore artistico e paesaggistico. Per quanto riguarda un diretto intervento, tuttavia, dovrà (com'è giusto) dare precedenza ai primi classificati. Il mio scopo è dunque quello di far aumentare il numero delle firme per "far salire la posizione in classifica" del grande albergo <\/strong>e fare in modo che un'istituzione come il FAI se ne possa occupare. In tal senso lo strumento del blog si è rivelato il modo più veloce, pervasivo ed efficace per raccogliere le sottoscrizioni. Il mio "obiettivo" in parte è già stato raggiunto: attirare l'attenzione su un bene che noi varesini siamo così abituati a vedere in quello stato che quasi ci sembra normale una simile bruttura. Vorrei far capire che il recupero di una tale struttura potrebbe davvero dare molto alla nostra Provincia e anche alla Regione". <\/p>\n

"Ma per arrivare a questo – prosegue Silvia Pogliano<\/strong> – è <\/p>\n

\"DettagliDettagli architettonici liberty<\/span><\/div>\n

fondamentale comprendere che la funzione di un bene artistico non è quella di "supporto industriale". L'utilità non è sempre l'unico fine, tanto meno per un bene artistico. Ma qui si tratta di un bene che addirittura potrebbe essere anche utile (non si usi la scusa della difficoltà dei collegamenti, perché per la festa degli alpini o per le Notti Bianche, all'Osservatorio non si trova posto per parcheggiare: la gente arriva al Campo dei Fiori, senza tanti problemi, se c'è qualche attrattiva). Si potrebbe destinare l'immobile a scuola alberghiera (le stanze non mancano) o come polo culturale, o chissà. Questi per ora sono sogni, ma un primo risultato sarebbe almeno quello di eliminare le orribili antenne. Per ora ci muoviamo in questa direzione, il punto di partenza per qualsiasi iniziativa di recupero".<\/p>\n

"La funzione di un bene artistico non è quella di "supporto industriale".<\/strong> Ripenso a queste parole e me ne vengono in mente di altre:<\/em> "L'insistenza sul valore venale del patrimonio (a scapito del suo significato istituzionale e civile) ha prodotto nel tempo effetti perversi. (…) Essa ha finito col produrre un drammatico capovolgimento dei termini del problema. I beni culturali da patrimonio su cui investire, sono diventati gradualmente una risorsa da spremere e da sfruttare per altri scopi. (…) Come quella dei "gioielli di famiglia", anche la metafora dei "giacimenti culturali" si è rivoltata contro il proprio oggetto. Trasmette una visione dei beni culturali come una risorsa di per sé passiva, anziché viva e pulsante parte della storia e dell'identità nazionale; come qualcosa che va "sfruttato" e spremuto fino all'osso; come una riserva di cui prevale il valore monetario; che non è fatta di uomini e di idee, ma di oggetti, ognuno col suo cartellino del prezzo".
Sono parole di Salvatore Settis. Era il 2002 quando uscì il suo <\/em>"Italia S.p.A." un libro che analizza con invidiabile lucidità la situazione del patrimonio culturale italiano. Un libro che ha segnato un'intera generazione.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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